Berengo Gardin, la foto «buona»

Giuseppe Matarazzo
|10 anni fa
Berengo Gardin, la foto «buona»
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«Non voglio essere disfattista, ma vedo un Paese peggiorato, come dire... in declino». Ci pensa un po’ prima di tirare fuori questo giudizio severo. Gianni Berengo Gardin, 85 anni, conosce bene l’Italia (e un bel pezzo di mondo): con la sua Leica e nella lunga collaborazione con il Touring Club e le maggiori testate nazionali (a cominciare da Il Mondo di Mario Pannunzio) l’ha fotografata chilometro per chilometro. Alla fine il giudizio, guardando l’Italia di oggi, è quello. «Vedo giovani senza carattere, non certo tutti, ma la maggioranza almeno che si adagia su tutto quello che ha trovato e fa fatica a guadagnarsi il pane. I sacrifici una volta erano nella norma, adesso non so, si dà tutto per scontato e dovuto. Forse noi che abbiamo vissuto la guerra, abbiamo anche apprezzato di più la vita. Oggi si parla tanto di crisi, ma non è una crisi vera, come poteva essere quella del Dopoguerra. Noi mangiavamo la carne una volta a settimana. Negli anni del boom lo status symbol era la Fiat 500. Avevamo voglia di migliorarci e di crescere. L’Italia poi si è abituata a stare bere, troppo bene. E ora basta poco, troppo poco, per sentirci in crisi». Berengo Gardin è – possiamo dirlo – il fotografo d’Italia, con uno stile e una eleganza inconfondibili. Ha pubblicato 250 libri, e insieme alla sua generazione di colleghi, ha raccontato il passaggio dall’Italia contadina a quella industriale: «Al Sud le donne raccoglievano il grano con il falcetto, i trattori se li sognavano. Ormai non esistono più i contadini, ci sono gli agricoltori. Siamo passati da una civiltà contadina a una civiltà industriale. Adesso stiamo andando male con l’industria e la civiltà, insomma, civiltà… Cosa succederà?». Con un approccio distinto e umile, ieri come oggi, ha cercato di interpretare il senso della fotografia: «Essere testimone della mia epoca». Quello che non vede fare ai giovani fotografi: «Tranne qualcuno, i nuovi fotografi raccontano il loro personale. Mentre sono sempre più rari quelli che raccontano come cambia il Paese. Quale Italia viviamo e quale stiamo contribuendo a costruire». Uno dei suoi ultimi lavori di successo denuncia l’invasione delle grandi navi a Venezia. Un lavoro che forse avrebbe potuto fare proprio un giovane fotografo. E invece no, lo ha fatto l’anziano Berengo Gardin, appena pochi anni fa. Scatti che a settembre diventeranno una grande mostra a Palazzo Ducale nella città lagunare che lo ha accolto da ragazzo (ha poi sposato una veneziana e i suoi due figli sono nati qui) e a cui ha dedicato il suo primo libro, Venice des saison. «Mi sento veneziano» – ammette lui, nonostante sia nato, per caso, a Santa Margherita Ligure «dove mia madre gestiva un importante albergo» –, di una «Venezia che non esiste più».

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