Che luogo abitano le esistenze mancate? Cosa spinge l’uomo ad annientarsi? Un libro

Redazione Online
|1 mese fa

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Perché la “terra delle persone scomparse” è più vicina al sentiero percorso dallo Zarathustra di Nietzsche che alla strada battuta dall’uomo della folla? Il folle viandante si affaccia sulla soglia della terra invisibile e parla un linguaggio simile a quello degli assenti, perché anch’egli si assenta, si separa dai più. “Ci sono diversi modi di non essere qualcuno”, di scomparire, di diventare una “non-persona” – leggiamo nell’incipit di Nessuno di Daniel Heller-Roazen (Quodlibet). Nessuno è il nome che Ulisse dichiara al Ciclope per salvarsi. Il docente e traduttore inglese di Agamben prende inizialmente in esame un notevole racconto di Hawthorne, Wakefield, pubblicato nel 1837. Non per caso, di qualche anno prima è La prospettiva Nevskij di Gogolľ e, nel 1840, appare L’uomo della folla di Poe. Come non pensare, poi, a La passeggiata di Walser?
Lasciando la moglie e la casa, per infine farvi ritorno venti anni dopo, Wakefield decide, senza alcun motivo ragionevole, di andare a vivere nella strada di fronte alla sua abitazione. Abbandona “il suo posto e i suoi privilegi senza essere ammesso fra i morti”. Il pittore Piskarëv si trova sulla strada più frequentata di Pietroburgo (Prospettiva Nevskij) la sera in cui incontra la prostituta che lo porterà al suicidio: l’andirivieni della calca, persino con il suo diradarsi, mente: fa apparire la ragazza come non è. Dal canto suo, il maestro dell’occulto Poe ci racconta di un uomo singolare, “il genio tipico del delitto profondo”, che cerca protezione nella folla. Lo scrittore di Walser passeggia fra la gente per mantenere un contatto con il mondo. Come ribadisce Heller-Roazen, “nelle opere di finzione, infatti, le persone scomparse ottengono ciò che non possono avere nella vita e secondo la legge: parlano, e parlano per sé stesse”. Il “segnaposto” lasciato dagli scomparsi indica la possibilità di un ritorno e illumina l’invisibile. Come l’essenza del linguaggio si schiude con la voce degli assenti, così un uomo senz’ombra, viceversa, è un “morto in vita”. Nella Storia straordinaria di Peter Schlemihl di Chamisso il protagonista vende l’ombra (in origine significa “ritratto dell’antenato”) al diavolo; pentito, fugge dal mondo civile.
Come insegna Freud, i moti pulsionali slatentizzati dalla massa nasconderebbero un bisogno più potente e necessario, che il piacere comunitario, invece, occulta: la necessità di fuga e, in un certo qual modo, il desiderio di stuzzicare il fato. L’assentarsi da ruoli in cui ci si è troppo identificati, l’esigenza dell’autoesilio per vocazione d’arte, per paura di essere aggrediti o di aggredire, sono possibilità che sfiorano, spesso inascoltate, le abitudini. Di primo acchito, la separazione dall’umana congrega viene considerata dalla coscienza sociale un disonore, a cui dovrebbe seguire il decadimento dei diritti acquisiti, financo il diritto all’esistenza e alla proprietà.
Ma le “esistenze mancate” che luogo abitano? Che cosa spinge l’uomo a assentarsi o a annientarsi? Che cosa distingue l’ebbrezza dionisiaca cantata da Nietzsche dall’ipnosi collettiva agita dalle masse? Che cosa ci dice Zarathustra? Non nello stordimento della folla disarmonica, ma nello sguardo allucinato della soglia e nel “pothos” greco (“desiderio di qualcosa che è lontano, altrove”) risiede la potenza dionisiaca, nell’uomo solo di fronte al mistero, in Cristo che al Getsemani sveglia gli apostoli dormienti e li esorta a pregare, a trovare la voce, il sacro ritornello.

