Riscoprire Casanova. E farne magari, oggi, il paladino del poliamore

Redazione Online
|1 mese fa

Ansa
Alchimista, autore bestseller con un’opera autobiografia, truffatore, criminale, avventuriero, agente segreto, personaggio di Fellini, di Steno, di Comencini e di Crepax. Giacomo Casanova, di cui ricorrono i 300 anni dalla nascita, è stato in vita e in morte molte cose. Ancora adesso continua ad essere molte cose, e lo vediamo visitando la doppia mostra della Fondazione Cini. All’isola di San Giorgio è ricostruita, un po’ Gardaland un po’ Fenice, un pezzo di Venezia, con tanto di buco sul tetto dei Piombi da cui fuggire e porte massoniche e tavolate di tarocchi e wunderkammer, tutto che gioca sulla finzione e sulla vita come opera teatrale (alla mostra si entra con un lanternino). A palazzo Cini invece da vedere la collezione di caricature fatte da Anton Maria Zanetti (nobili rachitici, giudici crudeli, cocotte imbellettate, giraffeschi rivali…), per entrare nel vero mood settecentesco in cui ha sguazzato il Casanova, che incontrò anche Mozart, Rousseau e Benedetto XIV, prima che il crollo dell’Ancien Régime e della Serenissima facessero crollare anche lui, dentro e fuori.
Nonostante questa vita multipla e ricchissima, alla fine, se citiamo Casanova all’uomo della strada cioè che di lui viene ricordato è l’amore per le donne (e non solo), la conquista sentimentale e carnale, la fama di seduttore che lo ha trasformato in aggettivo, privilegio di pochi. Homo eroticus, lo definisce Stefan Zweig nella biografia che gli dedica (ne è appena uscita un’edizione fedele per Settecolori). Casanova è “capace di un desiderio che non cessa mai” per cui ha una “dedizione completa, una concentrazione totale”. E Zweig ci regala anche la differenziazione cruciale tra il Don Giovanni, “hidalgo” e personaggio di finzione, e Casanova. Per uno è una questione di accumulazione e di successo e “di onore”, per l’altro di vero amore e attrazione. Don Giovanni, dice Zweig, “è il nemico giurato del genere femminile”, mentre a Casanova le donne che gli si sono concesse “lo ringraziano come fosse un dio, perché non ha tolto nulla ai loro sentimenti, non le ha offese nella loro femminilità, regalando alla loro vita una maggior sicurezza”.
Curioso quindi che oggi Giacomo Casanova non diventi il paladino dei nuovi movimenti e atteggiamenti poliamorosi e queer, lui che è il vero originale anarco-relazionale. I millennial e la Gen Z cercano nuovi modelli, ma il vero esempio di chi sa amare in quantità senza giudizio e senza ferire (se non a volte qualche retrogrado marito ancora legato al concetto di barbara monogamia), esiste da quel godurioso Settecento. Inutile stare lì a torturarsi sulla definizione del “rifiuto del possesso” e sulla “gestione conscia della gelosia” e sulle linee guida per essere una “ethical slut”, cioè una “zoccola etica”, che si fa oggi nei circoli e nei libri e su Instagram. Come sempre non si inventa nulla, si complica solo il pane. Certo, tutto adattato al proprio tempo, e prendendo il lato buono della pratica casanoviana, salvando ciò che ci può essere utile per fare ordine in questa nuova iper-codificazione dell’amore.
E ci fermiamo alla Serenissima, quando già esisteva la borghesia, senza andare nemmeno indietro fino a quei pigri e voluttuosi greci sdraiati sull’erba a mangiar fichi e a non giudicare i generi, greci che oggi ci si aspetterebbe di veder celebrati sui carri dei gay pride dove salgono star di X Factor e segretarie del Pd.

