La Cgil di Landini tra politica e sindacalismo

Redazione Online
|1 mese fa

Foto:Ansa.
Superando però dissensi e consensi c’è forse la necessità di ragionare più in profondità su come sia cambiata la Cgil sotto Landini e come questi mutamenti si ripercuotano sulla scena delle relazioni industriali. In definitiva il maggior sindacato italiano oggi è uno strano animale che ha scelto un proprio sentiero, tende ad allontanarsi dagli alleati ma non si capisce ancora bene dove voglia andare, anche perché la leadership di Landini ha un limite preciso con il cambio al vertice previsto per il 2027.
Un primo tentativo di mettere a fuoco la nuova realtà lo possiamo fare a partire da una riflessione sulla composizione sociale del sindacalismo italiano. La base è sempre più composta da pensionati, servizi e pubblico impiego mentre scema la tradizionale predominanza delle tute blu manifatturiere. E’ vero che il sindacato riesce a tenere le iscrizioni grazie al ruolo di service provider per i lavoratori, dal patronato all’assistenza fiscale, ma le manifestazioni in piazza sono sempre più appannaggio dei pensionati e a esercitare un ruolo predominante sono le aree in cui la contrattazione è più limitata oppure nel caso del pubblico impiego dove ogni scelta di merito viene politicizzata. A questo sindacato manca l’ossigeno e l’azione che dovrebbe essere conseguente si rattrappisce sempre di più.
Landini a questa crisi dà una risposta “altra”, sa di non poter attingere ai vecchi pozzi e si è inventato una nuova strada maestra nella quale il sindacato si illude di sfondare nel sociale e di fungere da collante di tutta quella composizione della società che per innumerevoli motivi vive una condizione di disagio.
In realtà questo slittamento non raggiunge mai la carne viva. La coalizione sociale di Landini, le poche volte che è riuscita a farsi vedere, è stata per lo più una galassia di sigle. Più acronimi che persone in carne e ossa, si potrebbe dire. Infatti nel giorno per giorno questa coalizione non vive, non è operativa. Anche il tentativo da parte di Landini di mettere il cappello sul terzo settore per sostituire alle stanche truppe sindacali il popolo del welfare non ha avuto successo. Nella recente elezione del portavoce del Forum del terzo settore hanno prevalso le spinte filogovernative piuttosto che il vecchio fascino della Cgil. Ma anche fosse, è evidente che l’agitazione sociale, “l’accumulo di ingiustizie” (parole di Landini) non producono di per sé soggetti capaci di aggregare e di ricucire la società italiana.
Un secondo fattore, che viene sottolineato da molte persone che ho interpellato per scrivere quest’articolo, riguarda le differenze tra sindacalismo confederale e rappresentanza delle categorie (chimici, metalmeccanici, alimentaristi e via di questo passo). Tutti riconoscono a queste ultime, pur con i caveat già elencati, una certa capacità di filtrare la domanda sociale dei propri iscritti e di coltivare una relazione proficua con i datori di lavoro. I contratti che si rinnovano – ultimo e più importante quello dei metalmeccanici con 205 euro di aumento medio – lo testimoniano, così come è una prova significativa il tasso di unità sindacale che le categorie riescono ancora a esprimere. Sembra così che risultati, rapporti con la base e relativi successi negoziali siano tre fattori che vanno assieme, che si sposano bene. Tutta diversa si fa l’analisi per quanto riguarda le confederazioni, mai così divise. Cgil, Cisl e Uil hanno maturato nei confronti della legge di Bilancio partorita dal governo Meloni tre posizioni differenti e alla fine hanno organizzato altrettante occasioni di mobilitazione, ognuno per conto suo. Ma in questo caso il massimo di autonomia assomiglia al massimo di irrilevanza. Un sindacalismo come il nostro in difficoltà crescente a far fronte ai profondi scossoni dell’economia moderna non sembra potersi permettere di operare diviso.
Landini però non la pensa così. Da tempo aveva dato per scontata la divisione nei confronti della Cisl e ora sembra aver maturato lo stesso atteggiamento nei confronti della Uil che pure per lunghissimo tempo aveva cooperato con la Cgil e aveva aderito a buona parte degli scioperi generali indetti dal fratello maggiore. La dimostrazione si è avuta nei giorni scorsi quando a Genova esponenti della Fiom, che ostentavano la felpa con l’acronimo dell’organizzazione, hanno mazzolato i dirigenti della Uilm che non avevano aderito a uno sciopero locale. Landini non si è scandalizzato, non si è recato a Genova e non si è veramente scusato con la Uilm e il suo ex-amico, il segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri. Messaggio in codice: ho potuto fare a meno della Cisl e farò anche a meno della Uil.
Alla domanda quale sia la cultura politica di Maurizio Landini nessuno sa dare una risposta precisa. I più critici arrivano a citare addirittura il sindacalismo rivoluzionario alla Georges Sorel, altri ricordano i suoi legami di un tempo con i dirigenti sabbatiniani, altri ancora sostengono che proprio il rifiuto delle tradizionali culture politiche sia la cifra distintiva. Alla fine il consensus degli interrogati finisce per definirlo un massimalista di sinistra. Niente di più.
Sicuramente è un dirigente sindacale che sembra avere poco rispetto degli alleati e degli avversari. Di Cisl e Uil abbiamo già detto, ma il mancato rispetto degli interlocutori vale per le controparti padronali e anche per la premier. Che prima ha invitato a parlare al congresso della Cgil, poi qualche Finanziaria dopo ha definito come una “cortigiana”. Scusarsi mai, non è un tratto distintivo dell’uomo. Basta ripescare negli archivi per poter dire che invece la Cgil aveva fatto del rispetto quasi un abito mentale. Luciano Lama, anche nei momenti più difficili della rottura con Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto sulla scala mobile, tenne informati i colleghi delle sue mosse e addirittura del discorso che avrebbe pronunciato il giorno dopo. Altri tempi. Landini è dipinto come feroce anche nella dialettica interna. O con me o contro di me, tertium non datur. Quanto all’internazionalismo anche qui la tradizione della Cgil è di primo livello. Giuseppe Di Vittorio seppe distinguersi dal Pci sull’invasione d’Ungheria nel 1956, molti anni dopo l’organizzazione sostenne la lotta di Solidarnosc contro il regime comunista polacco e accolse Lech Walesa con tutti gli onori. Oggi la Cgil è descritta come tiepidissima nei confronti della lotta del popolo ucraino mentre ha maturato ampie simpatie per i pro Pal, anche loro arruolati nella coalizione sociale.
Della contrattazione abbiamo già detto qualcosa ma Landini sembra preferire la lotta politica al vecchio mestiere del sindacalista. Lo testimonia anche il ricorso al referendum contro il Jobs Act clamorosamente perso. E che però dentro l’organizzazione e nelle sortite presso i talk-show amici Landini è stato capace di rivendere come una dimostrazione di forza. Ha sostenuto che tra i giovani il Sì avrebbe spopolato e che comunque portare alle urne una consistente fetta di popolazione fosse stato comunque un successo della Cgil e una dimostrazione del valore della partecipazione. Dal referendum Landini avrebbe potuto tornare indietro e riprendere il cammino più strettamente sindacale, invece ha fatto il contrario indicando alla Cgil la via della lotta politica. E gli scioperi generali indetti successivamente non hanno fatto che confermare questa direttiva.
Come detto si discute molto su che animale sia la Cgil di oggi. Lontana dal sindacalismo tradizionale sicuro, non si può però certo dire che sia un partito o aspiri a crearlo. E’ un centauro, metà l’uno metà l’altro. In questo modo Landini pensa di avere a disposizione due binari e per questa via rafforzare la democrazia. Nei fatti ha finito per mettere in secondo piano la contrattazione e ha anche modificato il rapporto tra sindacato e consenso. La proclamazione di uno sciopero non è certo condizionata a priori dalla certificazione del consenso (Landini vede come il fumo negli occhi l’introduzione del referendum preventivo) ma certo si dovrebbe porre l’obiettivo di misurarlo anche se ex post.
In realtà la Cgil in questo si è cobasizzata: non è importante il numero di coloro che si astengono dal lavoro, importante è bloccare il paese. O almeno alcuni servizi vitali. E’ la lezione imparata sui banchi del trasporto pubblico e degli scioperi del venerdì cari ai Cobas. Il risultato è non far muovere treni e bus, non certo avere il consenso maggioritario di chi li guida e li fa muovere. Strana concezione della democrazia.

