Gli americani vogliono fare affari con gli asset russi congelati e far uscire Putin dall’isolamento
Paola Peduzzi
|1 mese fa

Durante l’estate, Donald Trump si era accorto che l’economia russa era ancora sostenuta dagli acquisti di materie prime – petrolio e soprattutto gas – da parte di alcuni paesi dell’Unione europea e aveva cominciato a ripetere: non potete, voi europei, dirmi che devo continuare a sostenere una guerra che non ho nemmeno cominciato io se voi continuate a finanziare il paese, la Russia, che volete sconfiggere. Era il periodo in cui il presidente americano aveva ottenuto dagli alleati europei della Nato un maggiore contributo (il 5 per cento del pil) e in cui aveva ottenuto che fossero gli europei a comprare le armi americane per poi trasferirle all’Ucraina: Trump insomma non voleva più perdere soldi nella difesa di Kyiv, ma ancora definiva la Russia “una tigre di carta” con un’economia debole ed era anche scocciato dall’intransigenza di Vladimir Putin.
Poi però a Trump non è più sembrato sufficiente soltanto non perdere soldi in una guerra che non considera sua: voleva guadagnarci qualcosa. Non era un’idea nuova, perché in fondo anche l’accordo capestro sulle terre rare che voleva imporre a Volodymyr Zelensky già a febbraio – poi la tragica imboscata nello Studio ovale orchestrata dal vicepresidente J. D. Vance, antiucraino e antieuropeo – era di fatto un modo per rientrare dell’investimento nella sicurezza del continente che non è il suo, e che quindi non considera più prioritario. Ma ora l’idea del guadagno ha preso una nuova forma e una nuova dimensione, perché è fatta assieme ai russi: guadagneremo insieme.
Il Wall Street Journal è il quotidiano che meglio ha intercettato questa trasformazione: lo ha fatto raccontando qualche settimana fa il devastante avvicinamento tra gli imprenditori trumpiani e gli oligarchi russi (passando per il palazzinaro passato sciaguratamente alla diplomazia, Steve Witkoff) e di nuovo ieri, mettendo insieme le informazioni raccolte nelle conversazioni con fonti europee e americane che hanno accesso ai negoziati e scrivendo: “Lo scontro nelle trattative non riguarda soltanto i confini ma sempre di più gli affari, e questa torsione non mette soltanto la Russia contro l’Ucraina ma anche l’America contro gli alleati europei”. Nelle ultime settimane, dice il Wall Street Journal, l’Amministrazione Trump ha fornito una serie di documenti, “ognuno di una pagina”, in cui delinea la sua strategia per la ricostruzione dell’Ucraina e per il ritorno della Russia nell’economia globale. Secondo chi ha visionato questi fogli, alcuni istituti finanziari americani assieme ad altre aziende vorrebbero mettere le mani su circa 200 miliardi di asset russi congelati per investirle in progetti in Ucraina, incluso un nuovo ed enorme data center alimentato dall’impianto nucleare di Zaporizhzhia, il più grande d’Europa, che è dentro i territori occupati dai russi – territori che gli americani vogliono lasciare a Putin. Quindi, mentre gli europei si affannano – e si dividono e perdono tempo e unità – per riuscire a smobilitare gli asset russi congelati per finanziare lo stato ucraino prossimo al collasso, gli americani vogliono utilizzare gli asset russi congelati per darli di fatto di nuovo ai russi, contribuendo così a spezzare l’isolamento di Mosca. Secondo alcune fonti statunitensi, l’approccio dell’Europa porterebbe a esaurire rapidamente i fondi russi smobilitati (sempre ammesso che si arrivi a un accordo), mentre Washington vorrebbe chiedere ai manager di Wall Street e ai miliardari del private equity di investire il denaro e di aumentarne così la quantità disponibile da investire: così il fondo potrebbe crescere fino a 800 miliardi di dollari. “Quel che ci contraddistingue è che noi comprendiamo davvero la crescita finanziaria”, ha detto un funzionario al Wall Street Journal.
Un’ulteriore conferma a questo approccio che traumatizza gli europei su diversi livelli – nel rapporto con l’America di Trump ma anche in quello con la Russia: siamo stati noi a dover riconvertire faticosamente le nostre catene di approvvigionamento dopo l’invasione russa in Ucraina ed è pur sempre un paese dell’Ue, l’Ungheria di Viktor Orbán, che ha ricevuto clemenza da Trump perché non vuole fare a meno delle risorse energetiche russe – è la presenza di Larry Fink nell’ultima conversazione tra ucraini e americani, mercoledì (c’era anche il segretario al Tesoro Scott Bessent e l’immancabile genero Jared Kushner). Fink è il cofondatore, presidente e amministratore delegato di BlackRock, la più grande società di gestione patrimoniale e investimenti del mondo, e aveva già tentato, durante l’Amministrazione Biden, di costruire una cordata di investitori per un “recovery fund” miliardario per l’Ucraina: secondo Bloomberg, questo fondo stava raccogliendo 2,5 miliardi di dollari tra banche di sviluppo e investitori privati, ma era stato bloccato con l’elezione di Trump, lo scorso anno: troppa incertezza. Non è chiaro se Fink voglia riprendere quell’idea, ma certo ora la sua presenza con i negoziatori ha un significato diverso, visto che sono gli affari a determinare le trattative con la Russia, e quindi il futuro dell’esistenza dell’Ucraina e della sicurezza europea.

