Pasolini e una vita da ostaggio in una prigione dorata
Camillo Langone
|1 mese fa

Ansa
Leggendo ancora di Pasolini e di Mishima per avere sul palco di Atreju qualcosa di nuovo da dire, ho scoperto che oltre alle note affinità artistico-esistenziali i due hanno vissuto un’analoga parabola politica: da sinistra a destra. Soltanto in Italia lo si ignora, mentre in Inghilterra e in Giappone è da molto tempo molto chiaro. “L’editore giapponese mise una fascetta rossa attorno al volume con una frase che paragonava Pasolini a Mishima. Avevano molto in comune: entrambi erano stati uomini di sinistra spostatisi a destra”. Lo scrive nei primi Settanta, come cosa assodata, un importante giornalista inglese. Entrambi i grandi decadenti dovettero pagare un pedaggio iniziale all’onnipresente culturame progressista. Il giapponese evase presto ma l’italiano rimase trattenuto, forse perché da noi le sbarre dell’egemonia erano più strette. Pasolini condusse, in una prigione dorata, una vita da ostaggio. Riuscì a recapitare all’esterno messaggi straordinariamente reazionari, anche espliciti, e tuttavia fecero tutti finta di non capire. L’ideologia dei carcerieri oggi è franata nel grottesco (succede quando al posto di Moravia metti un fumettista dal nome di detersivo) e finalmente si può sottrarre il poeta dalla gabbia dove vorrebbero tenerlo anche da morto. Dopo mezzo secolo, Pasolini libero.

