Quanta voglia di “spirito” c’è in giro, e che bello se questa “spiritualità” fosse sempre razionale, presentabile. Invece fioccano gli oroscopi, quella cosa che fino a qualche anno fa andava letta di nascosto e invece oggi se non chiedi “di che segno sei?” non sono vere presentazioni. E va di gran moda pure la lettura dei tarocchi, ma i
tarocchi sono diventati anche una
red flag, un segnale di pericolo – chiedere ai single in cerca, “se lei ti dice che legge i tarocchi, tu scappa!”. Ma niente giudizi affrettati.
La divinazione, le vecchie cartomanti in diretta a tarda notte su improbabili canali tv locali – “La luna nera!” – sono il frutto di una distorsione otto-novecentesca. I tarocchi non nascono con questo scopo, per secoli sono stati un gioco di carte, originatosi nelle corti dell’“autunno del medioevo” a opera dell’
homo ludens di cui scrive Johan Huizinga. Una storia ben raccontata dalla mostra che apre oggi all’Accademia Carrara di Bergamo, diretta da Maria Luisa Pacelli: “Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna”.
E’ il curatore Paolo Plebani a citare Huizinga e a spiegare l’importanza e la particolarità dell’esposizione: quella di presentare al gran completo il mazzo Colleoni, 74 carte divise tra l’Accademia Carrara, la Morgan Library & Museum di New York e la famiglia Colleoni, una diaspora risalente a fine Ottocento. Questo mazzo di metà Quattrocento è il più celebre che si possa ricondurre alla committenza Visconti-Sforza – Milano fa la parte della regina nella storia dei tarocchi – e la sua esposizione sulla base dell’ordine intrinseco alle carte, contro il costume di tenere separate le opere provenienti da prestatori diversi, dà luogo a una delle felici trasgressioni di cui parla Plebani. L’altra è aver varcato le “colonne d’Ercole della cronologia” all’interno dell’Accademia Carrara, la cui esposizione permanente si ferma all’Ottocento: la mostra sui tarocchi si spinge fino al contemporaneo, con una sala finale dedicata all’interpretazione artistica delle carte che hanno dato Leonora Carrington, Niki de Saint Phalle e Francesco Clemente. I bozzetti, i quadretti e il mazzo completo della Carrington in particolare sono un bel colpo, non a caso c’è il divieto di fotografarli, come richiesto dalla famiglia. Figure mitiche, archetipi curtensi e venatori, personaggi storici – l’“Imperatore” del mazzo Colleoni ha probabilmente le fattezze di Sigismondo di Lussemburgo, suggerisce Plebani – e ancora elementi naturali, interventi divini, virtù personificate.
Altro che previsione del futuro, la storia rinascimentale dei tarocchi svela uno strumento interpretativo del presente individuale, libero da ogni destino, e perciò risponde al naturale “bisogno di allegoria” di cui parla Elena Carnevali, sindaca di Bergamo e presidente dell’Accademia Carrara. Una “cattedrale nomade” – così Alejandro Jodorowski – che forse colpisce così tanto l’immaginario oggi perché fondata in un universo ordinato, un cosmos che riconduce la negatività a una sintesi dialettica – dall’arcano maggiore numero zero del “Matto”, l’energia primigenia, al numero ventuno del “Mondo”, l’armonia completa. Un cosmo che nessuno più sarebbe disposto a riconoscere nel mondo in cui viviamo, ma del quale siamo spontaneamente nostalgici.