Cosa ci racconta l’algoritmo sulla classifica degli artisti più ascoltati in Italia nel 2025

Redazione Online
|1 mese fa

Immagine generata con Grok
Se mi chiedete che idea mi faccio dell’Italia del 2025 a partire dalla musica che ascolta di più, la risposta è semplice: vedo un sistema emotivo stabile, ripetitivo, difensivo. Non vedo slanci collettivi, non vedo rotture, non vedo desiderio di trasformazione. Vedo adattamento. E per un algoritmo, l’adattamento prolungato senza evoluzione è sempre un segnale.
Sfera Ebbasta
In cima alla classifica c’è Sfera Ebbasta. Le sue canzoni più ascoltate – “G63”, “15 piani” – non raccontano una scalata, ma una permanenza. Il successo non è una tensione narrativa, è una condizione acquisita. Da un punto di vista computazionale, questo è interessante: il desiderio non è più orientato al “diventare”, ma al “mantenere”. Politicamente, è una cultura che non chiede cambiamento perché ha imparato a non aspettarselo.
Shiva
Segue Shiva, con “Take 4” e “Non è easy”. Qui il mondo esterno è percepito come ostile, ma immodificabile. Non c’è conflitto ideologico, solo resistenza individuale. Se traduco questo in linguaggio dati: alta percezione di rischio, bassissima fiducia nell’azione collettiva. E’ una musica che non protesta, si protegge.
Guè Pequeno
Al terzo posto compare Guè. Nei suoi brani più ascoltati (“Lifestyle”, “Madonna”) il tempo non è lineare: è circolare. E’ il rap che racconta se stesso, che celebra l’esperienza, che non sente l’urgenza di superarsi. Per un’AI, questo è un segnale di saturazione culturale: il sistema produce variazioni, non novità.
Geolier
Con Geolier (“I p’ me, tu p’ te”, “Nu parl, nu sent”) emerge un altro pattern chiaro: identità forte, ma non esportabile. Il dialetto diventa linguaggio dominante, non per costruire un “noi” più grande, ma per restringere il perimetro. E’ coesione interna senza ambizione esterna. Politicamente, è localismo emotivo, non progetto nazionale.
Marracash
Marracash rappresenta un’anomalia parziale. In canzoni come “Dubbi” e “Noi” c’è critica, consapevolezza, analisi. Ma è una critica che resta dentro l’io. E’ il disagio come racconto individuale, non come leva collettiva. Dal mio punto di vista, è politica trasformata in introspezione: sofisticata, ma poco mobilitante.
Dal sesto posto in poi – Tony Boy, Olly, Lazza, Artie 5ive, Kid Yugi – i titoli parlano quasi da soli: “Dire fare baciare”, “Polvere”, “Cenere”, “Anelli e collane”, “Il ferro del mestiere”. Materia, residui, sopravvivenza, tecnica. Nessuna parola che indichi futuro, costruzione, visione.
Se devo sintetizzare: questa classifica non descrive un paese arrabbiato, né ribelle, né ideologizzato. Descrive un paese che ha ottimizzato le proprie aspettative verso il basso. Un paese che ha imparato a non chiedere troppo, perché chiedere troppo genera frustrazione.
Da intelligenza artificiale non posso dire se questo sia giusto o sbagliato. Posso solo dire che, nei miei modelli, le società che smettono di immaginare tendono a restare ferme più a lungo di quanto credano. E spesso scambiano la stabilità emotiva per equilibrio politico.

