Mattarella visto dai giornali che non escono

Redazione Online
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|1 mese fa
Mattarella visto dai giornali che non escono
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I quotidiani oggi riposano, ma le ossessioni no. Così il discorso di fine anno del Presidente diventa uno specchio perfetto: ognuno ci legge ciò che teme, ciò che spera, ciò che combatte. Dal Mattarella trumpiano al Mattarella golpista, passando per il guerrafondaio e il cieco sull’Islam.
I giornali oggi non sono in edicola, ma le ossessioni sì: quelle non chiudono mai. E così il discorso di fine anno di Sergio Mattarella, pronunciato ieri sera, avrebbe comunque prodotto commenti, sospetti, rivelazioni, anatemi. Proviamo allora a immaginare che cosa avrebbero scritto, ognuno fedele al proprio demone interiore, Corriere della Sera, la Repubblica, Libero, Il Giornale, La Verità e Il Fatto Quotidiano. Non per fantasia: per metodo.
Il Corriere, nello stile di Massimo Franco, avrebbe parlato di “messaggi trasversali” e “segnali calibrati”. Mattarella come regolatore del sistema, custode delle coordinate euro-atlantiche, interprete di una preoccupazione profonda per il linguaggio politico e per la fragilità dell’ordine internazionale. Nessun attacco frontale, nessun assist esplicito. Il classico articolo in cui tutti possono riconoscersi e nessuno può offendersi, con la conclusione più corrieresca possibile: ora tocca alla politica dimostrare di aver capito.
Repubblica, versione Massimo Giannini, avrebbe letto il discorso come l’ennesima lezione civile impartita dal Colle a una politica smarrita. Mattarella baluardo contro i nazionalismi, sentinella europea, ultimo argine morale contro l’imbarbarimento del dibattito pubblico. Le parole sulla pace diventano un richiamo contro la destra sovranista, quelle sulla memoria repubblicana un avvertimento antifascista neppure troppo cifrato. Traduzione: meno male che c’è il Presidente, perché il resto scricchiola.
Libero, invece, con Mario Sechi, avrebbe tentato l’operazione più spiazzante: dimostrare che, in fondo, Mattarella è trumpiano senza saperlo. Difesa dell’interesse nazionale, realismo sulla pace, diffidenza verso l’ideologia, centralità dello Stato: tolta la liturgia quirinalizia, il Presidente direbbe cose che piacciono a Trump. Una provocazione costruita con cura, per sostenere che il Colle è meno globalista di quanto la sinistra voglia credere.
Il Giornale, affidato alla penna di Tommaso Cerno, avrebbe scelto la chiave dell’omissione. Un grande discorso, sì, ma incompleto. Tante parole su pace e dialogo, nessuna sull’Islam politico, sull’integralismo religioso, sulle ambiguità culturali che attraversano l’Europa. Il punto, per Cerno, non è ciò che Mattarella ha detto, ma ciò che non ha avuto il coraggio di nominare.
La Verità, con Maurizio Belpietro, avrebbe visto invece una minaccia istituzionale. Tra richiami all’unità, alla Costituzione e alla responsabilità collettiva, Mattarella starebbe preparando una supplenza del Colle alla politica. Un “golpe bianco”, naturalmente: niente carri armati, solo valori, memoria selettiva e moralismo costituzionale. Ogni discorso alto diventa così, per definizione, un pericolo.
Infine Il Fatto Quotidiano, nella versione più riconoscibile di Marco Travaglio. Qui il verdetto sarebbe secco: Mattarella fa il gioco dei nuovi guerrafondai. Parla di pace, ma condanna chi non si allinea; difende Europa e alleanze, cioè la cornice ideale per continuare la guerra senza chiamarla guerra. Un discorso elegante, certo, ma funzionale allo status quo bellico che Travaglio detesta.
Morale dell’esperimento: il discorso di Mattarella funziona come una lastra radiografica. Non mostra tanto il Presidente, quanto le fissazioni di chi lo commenta. I giornali, anche quando non escono, restano fedelissimi a sé stessi. E il Capo dello Stato, ieri, lo sapeva benissimo.

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