A proposito di Vannacci

| DI Redazione

A proposito di Vannacci
Abbiamo chiesto agli studenti universitari di ragionare sulla destra senza Vannacci e sul futuro dell'Europa senza più paura. Qui le migliori risposte.
Scrivete anche voi, in duemila battute, a situa@ilfoglio.it. I migliori testi degli studenti universitari saranno pubblicati (qui trovate tutti gli articoli degli studenti pubblicati in questi mesi). Se non sei ancora iscritto a La Situa puoi farlo qui, ci vuole un minuto, è gratis.
La risposta sembra scontata, e in realtà lo è: sì. Ma l’immediatezza della risposta non preclude una valutazione più lucida delle motivazioni per cui da un’ eventuale dipartita del Generale Vannacci beneficerebbe sia il Governo di Giorgia Meloni, che gli italiani, finanche quelli più critici verso il primo. La Lega, almeno da ciò che traspare sui media, appare divisa tra due personalismi: quello dell’istrionico populista Salvini e quello del virile generale nostalgico.
Anche glissando, in un impeto di cinismo, sulle sparate scioviniste e razziste del generale, ciò che emerge dal vannaccismo è un profilo ben definito di personalità politica ed elettorato; un’identità (parola cardine del vannacci-pensiero) che traspare, attraverso sbarazzine ambiguità e ipocrisie varie, di una destra vecchio stampo, le cui priorità sono la difesa della patria (qualunque cosa voglia dire) e il rispetto delle regole (quelle che dicono loro).
Il versante dei leghisti “istituzionalizzati” è invece trainato dal più becero populismo nel peggiore dei casi e da idee economiche più dirigiste nel “migliore”. Un discidium leghista lascerebbe i salviniani da soli con la loro parassitaria vuotezza nel loro “culto della cravatta rossa" e spingerebbe gli elettori a rivalutare l’utilità del loro voto. Mentre il generale potrebbe diventare il "Censore" della destra, colui che non scende a compromessi e coopta a sé la sacca più reazionaria degli italiani. Il Governo verrebbe inizialmente messo in imbarazzo da questa separazione in quanto prima vera crepa tangibile in seno alla maggioranza, ma poi ne uscirebbe rafforzato nell’immagine in quanto epurato della sua frangia più estremista. Infine gli italiani, e in particolare i giovani e gli studenti, vedrebbero indebolita una forza politica strenua oppositrice dei sentimenti europeisti che, per chi come me è nato e cresciuto in un mondo iperconnesso, costituiscono non tanto il viatico per un giovanile rigetto di vetusti ideali nazionalisti, bensì una pragmatica ricetta per modellare il mondo in cui difendere i valori di libertà e democrazia.

Federico Barletta
Filosofia e Intelligenza Artificiale alla Sapienza


Il “rischio Vannacci” potrebbe mettere alla prova le elezioni del 2027. La profezia di Renzi rischia di avverarsi e la nostra Presidente del Consiglio potrebbe trovarsi in difficoltà, attaccata dalla sua stessa destra. L’uscita di Vannacci dalla Lega e la nascita di Futuro Nazionale—con un simbolo che riecheggia la fiamma di Fdi —aprirebbe a due imprevisti concomitanti. Il primo è politico-elettorale, il secondo sistemico. Per ora il dibattito resta confinato alla dimensione mediatica e virtuale ma ipotizzando una candidatura del nuovo partito alle prossime elezioni la Lega potrebbe perdere fino a 3 punti percentuali. Una percentuale apparentemente marginale, ma che nel sistema elettorale potrebbe risultare decisiva: non tanto per il consenso complessivo, quanto per la dispersione dei voti e la conseguente perdita di seggi, con il rischio di far saltare gli equilibri della coalizione. A questo si aggiungerebbe un secondo effetto: la possibile migrazione di una parte dell’elettorato insoddisfatto dalla Meloni diventata “moderata” . Elettori che potrebbero scegliere Vannacci come approdo politico, passando da “Fratelli d’Italia” ad una sorta di leadership personalizzata “Vannacci d’Italia”. Il vero problema per Meloni, non sarebbe solo la perdita di voti—già di per sé ovviamente rilevante—ma la frammentazione dell’area di governo, che offrirebbe al centrosinistra anche l’opportunità di sfruttare le divisioni interne al blocco conservatore. In ciò, Vannacci non si collocherebbe come alleato potenziale, bensì come un concorrente esterno, capace di spostare l’asse politico ulteriormente a destra. Una figura simile a un Salvini più radicale e più ingombrante, in grado di generare imbarazzi mediatici e tensioni qualora si corresse insieme. Vedremo allora come gestirà la questione la Presidente ma la domanda che viene naturale è se i temi dell'ex generale, decantati in campagna elettorale anche dalla stessa Meloni saranno lasciati definitivamente a chi li brandisce contro di lei. É in una morsa e quel nativismo oggi rischia di ritorcersi contro di lei.

Emilia Marcotulli
Master di II livello in Comunicazione e Marketing Politico ed Istituzionale


Negli ultimi giorni non si fa che parlare del logo “Futuro Nazionale” che Roberto Vannacci ha depositato all’Ufficio brevetti europei. Questa azione non è che, con ogni probabilità, il primo passo verso la creazione di un nuovo partito, alternativo alla Lega e alla “storica” coalizione di centro-destra, ma ovviamente sempre di stampo social-conservatore, come suggeriscono gli elementi del logo stesso (fiamma tricolore, il concetto di nazione, il font che richiama lo stile futurista…).
Per Giorgia Meloni la nascita di Futuro Nazionale non sarebbe una buona notizia: minerebbe la stabilità della coalizione di governo e rappresenterebbe una vera e propria minaccia per le prossime elezioni. Vannacci andrebbe a posizionarsi più a destra di Fratelli d’Italia e della Lega, andando a intercettare i malumori di quell’elettorato che accusa il governo di essere troppo moderato, di non fare abbastanza per gestire il problema sicurezza, di non aver applicato il blocco navale contro l’immigrazione. Si tratta di un “elettore-tipo” più comune di quanto si possa pensare (grazie anche al sostegno di una parte dei media tradizionali e non), motivo per cui quel 5% di preferenze di cui si parla potrebbe essere un numero tutt’altro che irrealistico.
Certo, i precedenti per chi ha deciso di abbandonare la Lega non sono favorevoli (l’ha ribadito Salvini nella manifestazione organizzata dal partito in Abruzzo non più tardi di qualche giorno fa), ma la sensazione è che Vannacci, con il suo modo di comunicare e la figura affidabile e controcorrente che incarna agli occhi di molti elettori di centrodestra e non solo, potrebbe essere l’eccezione alla regola e questo, nel caso dovesse accadere, sarebbe un problema non da poco per Giorgia Meloni.

Roberto Petrulli
Scienze economiche, Università Mediterranea di Reggio Calabria


I capricci di Vannacci vanno letti per quello che sono: la rivendicazione interna alla Lega della sua fetta di consenso, ma per creare un vero problema alla Presidente del Consiglio, il generale dovrebbe abbandonare la sua nicchia per aprirsi ad un elettorato più ampio. Quello che sembra mancare è una reputazione, che è molto influenzata dal suo passato.
Il consenso di Meloni attualmente è solidissimo. Riesce a dare l’impressione, a differenza di Salvini, di lavorare seriamente per il paese. Difficile scalfire l’immagine pubblica di chi è vista da gran parte degli italiani come l’unica in grado di garantire stabilità politica e finanziaria dopo anni di incertezza. Vannacci ha dalla sua solo una grande collezione di frasi considerate vergognose dalla maggioranza del paese, specie dai moderati che sostengono (anche) Meloni.
Sarebbe ingenuo per un leader politico non considerare il bacino elettorale che ha fatto stravincere prima Renzi nel 2014 e poi il M5S nel 2018. Un elettorato per cui il Generale non ha offerte allettanti perché il suo passato e l’immagine che è andato costruendosi parlano chiaramente. Fin dal suo rumoroso ingresso nel dibattito pubblico è sempre stato un elemento di divisione, “assunto” da Salvini con il compito di raccattare i voti della destra più estrema. Per redimere questo passato ci vorrebbe la vecchia ricetta populista: un nemico chiaro e definito contro cui scagliarsi, come Draghi per Meloni e gli immigrati per Salvini, ma oggi questo nemico sembra non esserci.
Nell’immediato, una Lega indebolita lascerebbe più libero il governo nelle scelte di politica internazionale, ma creerebbe un problema di voti in vista delle elezioni. Se invece Vannacci scegliesse la maggioranza, la Premier dovrebbe domare due anime ribelli che, seppur dimezzate, potrebbero causare guai enormi (Renzi docet); specie se il Generale agirà con l’imprevedibilità e il desiderio di potere di un Salvini qualunque.

Riccardo Mandruzzato
Matematica, Università di Padova


Le sorti del nostro premier e della sua maggioranza sembrano dipendere dalla scelleratezza indipendente di Roberto Vannacci. Un personaggio scaltro che ha saputo sfruttare il polverone sollevato dal suo "Mondo al contrario", in Italia e non solo. "Farneticazioni personali che screditano l'Esercito", ha commentato il ministro della Difesa Guido Crosetto. Di polvere infatti parliamo: residui che non sarebbe stato difficile sentire in un qualsiasi bar di provincia.
Vannacci ha preferito il narcisismo dei quindici minuti di celebrità teorizzati da Warhol, interpretando la logica pop di chi "la spara più grossa" in uno scenario internazionale dominato da chi parla per primo. La narrativa nostrana s’inverte quando a narrare è un generale (a fine carriera), giovane e con la saccente arroganza di poter trattare giornalisti e colleghi politici come cadetti.
Il suo movimento sembra essere la nuova casa dei nostalgici, di chi è affetto da un "generico quanto autentico fascismo", per dirla alla Contessa. Salvini ai leghisti pare troppo molle e i sondaggi fanno da monito: l’esser defilato e inefficace a "chi ce l’ha duro" non piace affatto. Il quadro appare confuso, ma l’uscita di scena di Vannacci dalla Lega potrebbe rivelarsi un’occasione allettante per Meloni, rendendo il dibattito più interessante.
Un eventuale partito vannacciano diventerebbe la brutta copia di quella che fu la Fiamma Tricolore di Rauti, ma il paragone non regge. La statura di Rauti è imparagonabile a un generale megafono di slogan estremisti. Meloni, studiosa qual è, saprà intercettare gli errori pregressi e difendere la coalizione di cui è leader indiscussa. L’alternativa possibile sarà un’alleanza con Carlo Calenda: è da tanto che se ne vocifera nei corridoi. Calenda è un manager che non sa stare con le mani in mano e, da uomo d’Azione, dovrà scendere a compromessi. Quella del Generale si appresta a diventare una delle tante e noiose stelle
nascenti: vedremo presto la sua ritirata.

Stefano M. Vizzini
Medicina, Università di Enna
Vannacci è a un bivio: diventare il nuovo Pino Rauti, rompendo con tutti e fondando un partito estremista che alle prossime elezioni non supererà la soglia di sbarramento, oppure diventare il nuovo Renzi, fondando un partitino che riuscirà a sopravvivere nell'emiciclo solamente raccattonando parlamentari a destra e a manca, ma che manterrà comunque dei legami ben saldi con l'attuale maggioranza di governo.
Sia Salvini che Meloni temono molto la fuoriuscita di Vannacci, non per i voti che quest'ultimo porterà con sè, bensì per i parlamentari che quest'ultimo potrebbe sottrarre alle due formazioni.
Infatti, lo schieramento di centro-destra, dopo l'esperienza traumatica dei governi Conte e Draghi, è notoriamente monolitico, indissolubile, unito saldamente dal potere e dall'amichettismo.
Vannacci vorrebbe imitare la stessa Meloni, che fuoriuscì dal PDL per fondare Fratelli d'Italia, ma non capisce che il suo consenso, contrariamente a quello di cui gode la premier, è friabile, come sabbia al vento.
Pur essendo il primo parlamentare europeo eletto per preferenze, il generale non gode dell'infrastruttura tale per creare un partito di lunga gittata, e mi sembra che non ne sia ancora pienamente consapevole.
Meloni è preoccupata, ma al contempo se la ride e sghignazza, speranzosa che Vannacci riesca a fare quello in cui ha fallito Giorgetti: silurare Salvini, che è diventato il più grande problema di questo governo, sia per l'opposizione che per i suoi stessi alleati.
Baldassare Caradonna
Università degli Studi di Palermo


Se Roberto Vannacci dovesse, come pare, uscire dalla Lega per Giorgia Meloni sarebbe una notizia più che positiva. Nonostante l'exploit personale alle europee, il generalissimo resta comunque una figura politicamente fragile, più rumorosa che strutturata, difficilmente capace di trasformare il proprio consenso personale in un progetto competitivo nel medio periodo.
Vannacci, fuori da un grande contenitore come la Lega, rischierebbe di percorrere una traiettoria già vista: quella di personaggi capaci di intercettare un malessere diffuso, ma senza riuscire a consolidarlo. Un nuovo Gianluigi Paragone, per intenderci. Senza una macchina organizzativa, senza classe dirigente e senza alleanze, l’orizzonte realistico è quello delle “percentuali da prefisso telefonico”: abbastanza per occupare spazio mediatico, non abbastanza per spostare equilibri di governo. In questo scenario, Fratelli d’Italia resterebbe il solo polo solido del centrodestra italiano.
La Lega, invece, è in una fase di transizione irrisolta: identitaria, territoriale, strategica. Vannacci, con la sua radicalità comunicativa, non aiuta a chiarire la linea, anzi accentua ambiguità e tensioni interne. Una sua uscita alleggerirebbe il confronto interno alla Lega, ma soprattutto toglierebbe a Meloni un potenziale problema di concorrenza “interna” al campo di governo, capace di spostare il dibattito su terreni scomodi senza però offrire sbocchi politici concreti.
Paradossalmente, quindi, Vannacci fuori dalla Lega rafforzerebbe Meloni: meno competizione a destra, meno radicalità ingestibile nella maggioranza, più centralità per chi oggi rappresenta l’unico partito con una leadership stabile e una prospettiva di governo. In politica contano i numeri. E, soprattutto, contano le strutture. Su entrambi i fronti, Vannacci resta un’incognita più che una minaccia.

Alberto D'Agate
Economia Aziendale


La sortita del generale dalle file della Lega può avere effetti indesiderati, soprattutto per Meloni & Company, in quanto un ipotetico (e molto probabile) nuovo partito/movimento di estrema destra, sul modello Afd, potrebbe sottrarre buone percentuali di elettori alla coalizione di cdx, attingendo dal bacino contenente coloro che si auspicavano un governo meno moderato già nel lontano 2022.
Ciononostante, non necessariamente la creazione di un partito a trazione esclusivamente Vannacciana potrebbe essere un cruccio per Meloni; un alleggerimento della dimensione più estremista della coalizione spianerebbe infatti la strada a un sempre più evidente flirt con un altro estremo: l’estremo Centro. Si fa riferimento principalmente ad Azione, con un Calenda che ultimamente non si fa mancare le partecipazioni ai maggiori simposi del centrodestra nostrano, e che anche se con un apparentemente insospettabile 3% (che poi in città come Milano è quasi un 7%) potrebbe spostare più di un equilibrio.
Se l’ala più a destra della coalizione di stacca, diventa perciò inevitabile correre ai ripari al centro, sperando nel mentre che un eventuali partito di ultradestra non conquisti, oltre ai già citati voti dei delusi, i consensi di quella fetta (ahinoi!) quasi maggioritaria dei disillusi, i non votanti.
Il calcolo politico è incerto, e sicuramente il tema Vannacci-indipendente assilla in qualche misura la premier, che teme una forza politica populista e estremista che faccia leva sulla remigrazione e sulla rottura con la Ue, conquistando voti anche di chi da anni non si reca più alle urne. Il dilemma è perciò il seguente: cercare di inglobare le frange più estremiste della coalizione, che fanno capo al generale, per anestetizzarle e istituzionalizzarle; oppure compensare lo sbilanciamento a destra con l’appoggio del centro, il quale, anche se apparentemente innocuo, è forse il vero ago della bilancia degli assetti politici del momento.

Giovanni De Carli
Storia, Università di Padova
Mi immagino le segreterie dei vari partiti in questi giorni. A destra: la Lega, fresca dell’addio del Generale, che si divide tra chi non l’ha mai sopportato e gode per la sua sortita e chi invece si sente ferito nell’orgoglio e soffre della sindrome dell’abbandono (ma che senso ha, poi?). FdI è probabilmente nel caos: i più moderati corrono al riparo, mentre gli insofferenti (tra cui Pozzolo, il famoso sparatore di capodanno, espulso da Meloni) si preparano ad arricchire le file del neonato Futuro Nazionale.
Ma c’è qualcosa (qualcuno) che per ora allevia le sofferenze della maggioranza di governo, facendole tirare un sospiro di sollievo: quel qualcuno si chiama Elly Schlein. La segretaria del Pd, che mi immagino sicuramente rinvigorita e motivata dalle turbolenze interne al centro-destra, sembra decisa a rappresentare il famigerato Campo Largo alle prossime elezioni, noncurante delle scomuniche a lei sferrate dal suo stesso elettorato, che non la vede come una reale concorrente nella corsa a Palazzo Chigi. Ora, la scena è piuttosto singolare. A destra fanno come i tifosi della Roma che goliardicamente auspicano la presidenza a vita di Lotito, mentre a sinistra i tifosi della Lazio (suona male) sperano in un nuovo leader, che certamente avrebbe meno tempo per inimicarsi l’elettorato in vista delle elezioni di quanto ne abbia già avuto Schlein.
Al di là delle metafore calcistiche, a sinistra sembra chiara una cosa: c’è bisogno di novità. Senza entrare nei meriti (o demeriti) politici di Schlein, spesso in politica conta una cosa, difficilmente descrivibile a parole, che per capirsi è molto simile alla simpatia, o all’empatia, ed è un qualcosa che o si ha o non si ha. Gli elettori la percepiscono, sanno riconoscerla quasi subito. Per questo motivo è necessario un cambio last minute, una personalità fresca, immacolata, per non dare tempo agli elettori di conoscerla a fondo e decretarne la (eventuale) inadeguatezza politica.

Giovanni De Carli
Storia, Università di Padova
Negli ultimi anni eravamo abituati a una destra sostanzialmente compatta, nonostante un palese odio reciproco e diffidenze interne. Le tensioni emerse recentemente nella maggioranza rappresentano una novità a cui non assistevamo da tempo nel centrodestra.
L’operazione Vannacci — resa possibile, va detto, dalle inesistenti capacità politiche di Salvini — ha regalato all’opposizione un assist politico clamoroso. Il punto è che difficilmente verrà sfruttato davvero: l’opposizione oggi semplicemente non esiste.
La leadership di Schlein è debole, più simbolica che effettiva. Il referendum ridicolo proposto a giugno sul Jobs Act rappresenta perfettamente cosa sia il PD oggi: un partito che chiede di smontare una delle principali riforme fatte quando governava, con molti degli stessi dirigenti che allora la votarono senza problemi. Un autogol politico pazzesco che ha regalato alla destra una vittoria fin troppo facile.
A questo si aggiunge il rapporto con i 5Stelle. Più che un’alleanza politica solida sembra una necessità aritmetica, dettata dai numeri più che da una reale convergenza di visione. Più che un progetto politico vero, sembra un continuo raccapricciante compromesso al ribasso. Le differenze restano evidenti: sull’Ucraina il PD sostiene Kiev, mentre i 5 Stelle oscillano tra pacifismo di facciata e posizioni filo-russe; su energia ed economia (e qualunque altro tema) le distanze sono le stesse. Il PD parla, più o meno, di riformismo, conti pubblici e credibilità internazionale, mentre il Movimento di assistenzialismo, bonus folli e un approccio diciamo improvvisato alla politica economica.
Difficilmente questo frullato di idee può trasmettere l’idea di una classe dirigente pronta a governare.
Se una via d’uscita esiste, probabilmente passa da una leadership capace di fare quello che riuscì a Renzi, almeno per un periodo: rompere gli schemi tradizionali, parlare anche a un elettorato non strettamente di sinistra e imporre un’agenda politica riconoscibile. Serve una figura riformista, pragmatica e comunicativamente efficace.
Tutto ciò non rende affatto migliore l’attuale governo, che continuo a giudicare profondamente inadeguato. Ma quando l’alternativa appare in questo modo, anche un governo del genere finisce per sembrare inevitabile. E questa non è una forza della maggioranza: è solo la rappresentazione del fallimento di chi dovrebbe rappresentarne l’alternativa.

Ferrari Samuele
Economia e Commercio, Università Ca' Foscari di Venezia


C’è chi sogna ancora una Sinistra unita e chi invece ha l’impressione che, ad oggi, questa ipotesi non sia neanche considerabile. La Sinistra italiana è sempre più frammentata e debole, piena di “First Ladies” che vogliono primeggiare individualmente senza scendere a compromessi e, inutile nasconderlo, gran parte del successo la Destra lo deve proprio a ciò: è facile vincere una gara se si è l’unico partecipante.
Con il defilarsi del Generale Vannacci dalla Lega, inevitabile fattore di instabilità in una coalizione, quella di Destra, sempre meno coesa, la Sinistra ha una grande opportunità per riemergere ma, per farlo, è necessario un volto nuovo che sappia mediare adeguatamente tra gli interessi dei vari esponenti, con umiltà e lungimiranza, un primus inter pares capace di convincere gli elettori che un Governo di Sinistra non solo è possibile ma, forse, anche necessario.
Un Leader capace di elevare il livello del dibattito politico rispetto a quello attuale, che abbia il coraggio di affrontare concretamente i veri problemi di questo Paese in un momento storico in cui le forze politiche preferiscono litigare sulla forma che ha la punta dell’iceberg. Questa è l’unica soluzione per risollevare la Sinistra e, soprattutto, per riportare al voto milioni di concittadini che da tempo si sono arresi all’idea che “questo Paese non ha speranza”.
Quando questo Leader si farà avanti, non importerà il suo orientamento politico: si aprirà una nuova stagione politica che cambierà indelebilmente le sorti della nostra Nazione.

Gerardo Petretti
Economia e Commercio, Università degli Studi di Salerno


La crisi e le divisioni della destra non rappresentano allo stato attuale un’opportunità per la sinistra. Sono solo una condizione favorevole che diventa irrilevante se dall’altra parte non esiste un’offerta politica credibile. Direi che sia questo il punto, oggi la sinistra non ha contenuto. La leadership di Elly Schlein è debole non per mancanza di valori, condivisibili o meno che siano, ma per assenza di sostanza politica. Il suo discorso è asettico, prevedibile, intercambiabile a seconda della circostanza. Non propone un’idea di Paese, non indica una direzione, non costruisce un orizzonte. Si limita a una opposizione di principio, a una sequenza di “no” che non diventa mai progetto. La storia politica insegna che con il solo rifiuto non si vince nulla, se non qualche applauso militante. Il problema è più profondo della singola leader: la sinistra ha infatti smarrito il linguaggio del potere. Non possiede più un glossario capace di parlare al paese reale. Usa parole che non scaldano, concetti che non mobilitano, formule che rassicurano solo chi già la vota. La destra, anche quando sbaglia, offre una narrazione semplice, riconoscibile, emotivamente efficace. Vince così, non perché abbia ragione, ma perché sa farsi capire. Nei territori la sinistra può ancora vincere, perché lì contano le persone: amministratori visibili, candidati solidi, relazioni concrete. Le elezioni politiche sono un’altra cosa. Lì vince il leader, il volto, la capacità di stare sul palco e tenere la scena. E Schlein, oggi, non è in grado di farlo. Non regge il confronto, non impone un ritmo, non trascina. È una presenza che funziona solo davanti a un pubblico già predisposto ad applaudire. Finché la sinistra continuerà a confondere testimonianza e governo, identità e leadership, opposizione morale e alternativa politica, anche una destra zoppicante resterà competitiva. Perché le elezioni non le perde chi è diviso, ma chi non è all’altezza di vincerle.

Francesco Federici
dottorando in Storia, Università degli studi di Teramo


“Non rassegnatevi. Siate esigenti. Coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottant’anni fa, costruì l’Italia moderna”, ha detto Mattarella rivolgendosi ai giovani. È un richiamo che interpella direttamente noi universitari, chiamati oggi a rispondere alla domanda che Il Foglio pone ai suoi lettori: la destra divisa crea nuove opportunità a sinistra? E soprattutto: Elly Schlein è il leader giusto per battere Giorgia Meloni?
Da giovane di centro-sinistra, liberaldemocratico, riformista, fortemente europeista e vostro lettore, la risposta non è ideologica ma politica: no, oggi non lo è. Non perché manchi lo spazio, ma perché manca una sinistra che voglia davvero contendere il potere, parlando anche a quella parte del Paese che non si riconosce in una sinistra identitaria. Il Partito Democratico resta un partito che molti giovani continuano a sentire vicino, ma sotto la guida di Schlein appare più impegnato a rappresentare una minoranza coerente che a costruire una maggioranza possibile. È qui che emerge una frattura non solo generazionale, ma anche interna: nel PD convivono visioni profondamente diverse, spesso senza una sintesi politica riconoscibile. Le posizioni europeiste, riformiste e atlantiste di figure come Pina Picierno parlano a un elettorato giovane e moderato che oggi fatica a riconoscersi nella linea prevalente del partito.
La vera forza di Giorgia Meloni non è solo l’unità della destra, ma l’assenza di un centro-sinistra unito che voglia governare. Ad oggi l’asse privilegiato della Schlein con il Movimento 5 Stelle allontana molti giovani che credono nell’Europa, nel sostegno all’Ucraina e nella nostra responsabilità internazionale. Le ambiguità di Conte restano, per molti di noi, un limite politico evidente.
L’Italia ha ritrovato credibilità solo con il governo di Mario Draghi, che per un’intera generazione rappresenta competenza, serietà ma soprattutto Europa. Riformare costa consenso, ma era necessario.
Esistono esempi capaci di unire senza urlare, come Silvia Salis, che mostrano come una leadership nuova e credibile sia ancora possibile.
Se la sinistra vuole davvero vincere, deve partire da qui: non dalla testimonianza, ma dall’ambizione di governo, dai giovani, dal centro, dall’Europa e dalla capacità di parlare a una maggioranza reale del Paese. "[...] A voi giovani spetta il compito di trasformare l'Italia. Il nostro compito è mettervi nelle condizioni di farlo al meglio. Il vostro è cominciare a immaginare il Paese in cui vorrete vivere. Preparatevi a costruirlo, con passione, determinazione e, perché no, un pizzico di incoscienza"(Mario Draghi, 2021).

Pierpaolo Loparco
Ingegneria gestionale, Politecnico di Torino


La sortita del generale dalle file della Lega può avere effetti indesiderati, soprattutto per Meloni & Company, in quanto un ipotetico (e molto probabile) nuovo partito/movimento di estrema destra, sul modello Afd, potrebbe sottrarre buone percentuali di elettori alla coalizione di cdx, attingendo dal bacino contenente coloro che si auspicavano un governo meno moderato già nel lontano 2022.
Ciononostante, non necessariamente la creazione di un partito a trazione esclusivamente Vannacciana potrebbe essere un cruccio per Meloni; un alleggerimento della dimensione più estremista della coalizione spianerebbe infatti la strada a un sempre più evidente flirt con un altro estremo: l’estremo Centro. Si fa riferimento principalmente ad Azione, con un Calenda che ultimamente non si fa mancare le partecipazioni ai maggiori simposi del centrodestra nostrano, e che anche se con un apparentemente insospettabile 3% (che poi in città come Milano è quasi un 7%) potrebbe spostare più di un equilibrio.
Se l’ala più a destra della coalizione di stacca, diventa perciò inevitabile correre ai ripari al centro, sperando nel mentre che un eventuali partito di ultradestra non conquisti, oltre ai già citati voti dei delusi, i consensi di quella fetta (ahinoi!) quasi maggioritaria dei disillusi, i non votanti.
Il calcolo politico è incerto, e sicuramente il tema Vannacci-indipendente assilla in qualche misura la premier, che teme una forza politica populista e estremista che faccia leva sulla remigrazione e sulla rottura con la UE, conquistando voti anche di chi da anni non si reca più alle urne. Il dilemma è perciò il seguente: cercare di inglobare le frange più estremiste della coalizione, che fanno capo al generale, per anestetizzarle e istituzionalizzarle; oppure compensare lo sbilanciamento a destra con l’appoggio del centro, il quale, anche se apparentemente innocuo, è forse il vero ago della bilancia degli assetti politici del momento.

Giovanni De Carli
Storia, Università di Padova

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