A proposito di intelligenza artificiale

Redazione Online
|1 mese fa

Abbiamo chiesto agli studenti universitari di esercitarsi intorno al tema dell'intelligenza artificiale. Scrivete anche voi, in duemila battute, a situa@ilfoglio.it. I migliori testi degli studenti universitari saranno pubblicati (qui trovate tutti gli articoli degli studenti pubblicati in questi mesi). Se non sei ancora iscritto a La Situa puoi farlo qui, ci vuole un minuto, è gratis.
Draghi l’ha detto forte chiaro: o l’Europa adotta l’AI su larga scala, oppure si avvita nella stagnazione. Una sentenza che suona come un ultimatum, e che il continente, come spesso accade, sembra accogliere con il consueto mix di buone intenzioni e iper-regolazione.
L’Europa vuole guidare l’etica dell’AI, non la sua adozione. Dal GDPR all’AI Act, il continente si propone come legislatore morale del digitale. Nulla di male, anzi; il problema è che mentre noi regoliamo, gli altri implementano. Negli Stati Uniti l’AI entra nelle aziende per default. In Cina è già un’infrastruttura nazionale.
In Europa invece l’AI deve attraversare un percorso a ostacoli: compliance, pareri legali, controlli interni, consultazioni, valutazioni d’impatto, spesso quando l’impresa non ha nemmeno capito a cosa serva davvero. È il paradosso europeo: puntiamo a governare una tecnologia che non utilizziamo abbastanza.
A mio parere, a complicare le cose c’è poi la parte umana: manager che non comprendono l’AI e la temono, aziende incapaci di assumersi un rischio, una Pubblica amministrazione che arriva alla digitalizzazione sempre con vent’anni di ritardo, sindacati che vedono l’AI come un preludio alla sostituzione e non alla trasformazione.
L’AI, resta così una scatola nera, circondata da discorsi solenni ma separata dai processi reali. Se l’Europa vuole evitare la stagnazione servono più implementazioni. È necessario premiare chi integra davvero l’AI nei processi produttivi, e la formazione deve diventare obbligatoria: non si può più competere con lavoratori che non hanno mai usato uno strumento AI.
Alla fine resta il nodo culturale: l’Europa vuole sicurezza prima del cambiamento. L’AI è il regno dell’imprevedibile e questo spaventa. Ma senza rischio non c’è crescita. Draghi lo ha detto senza dirlo: se vogliamo prosperare dobbiamo accettare una quota di incertezza, perché l’alternativa — stagnazione, declino demografico, competitività evaporata — non è per nulla rassicurante.
Aurora Forlivesi
laurea magistrale COMPASS dell’Università di Bologna
laurea magistrale COMPASS dell’Università di Bologna
L’Europa o abbraccia l’intelligenza artificiale – avverte Draghi – oppure rischia di essere schiacciata tra Stati Uniti e Cina. In una fase di crisi economica, demografia stagnante e ritardo tecnologico, l’Italia non può trattare l’AI come un optional: è una questione di sopravvivenza economica e strategica.
L’AI può trasformare economia, lavoro, sanità, istruzione, amministrazione pubblica e industria. Stati Uniti e Cina lo hanno capito da tempo e investono per dominare le catene globali del valore. L’Europa, invece, procede con cautela, rischiando di perdere opportunità e di restare fuori da un processo che sta ridisegnando il mondo.
Per l’Italia, un paese segnato da bassa produttività e declino demografico, l’AI rappresenta un’occasione decisiva per rilanciare crescita e innovazione. Ma per sfruttarla serve una strategia, non annunci.
A complicare il quadro c’è un aspetto culturale: l’AI è spesso percepita come una tecnologia non del tutto trasparente, un sistema che “funziona” senza essere pienamente compreso. Questa opacità alimenta diffidenza: non perché l’AI sia di per sé minacciosa, ma perché fatichiamo ad accettare tecnologie che sfuggono alla nostra capacità di spiegazione e controllo. Stati Uniti e Cina hanno scelto l’approccio
opposto: non temere la complessità, ma governarla, utilizzando l’AI come strumento strategico per produttività e sicurezza. L’Europa resta sospesa tra scetticismo e fascinazione. Paradossalmente, chi teme l’AI rischia di essere governato da chi la usa.
Gli ostacoli sono numerosi. Manca capitale umano: figure tecniche e competenze avanzate. Università e imprese faticano a formarle e trattenerle, con una fuga di cervelli che penalizza proprio i settori chiave dell’innovazione. L’adozione richiede infrastrutture, investimenti e un quadro normativo chiaro, mentre in Europa prevale l’idea di regolare più che innovare. L’alternativa non è tra “AI contro persone”, ma tra declino o trasformazione.
Siamo pronti a scegliere?
Azzurra Forlivesi
Lettere Moderne presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
Lettere Moderne presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

