Una lunga tregua non sarebbe la fine della guerra, ha detto al Times of Israel un alto funzionario israeliano. Puntualizzazioni a parte, il cessate il fuoco che l’Egitto è impegnato a mediare sarebbe ossigeno per Gaza agonizzate. La fonte ha negato che Tel Aviv abbia presentato una nuova bozza, precisando che è un’iniziativa egiziana sulla quale si attende la risposta di Hamas. Sul sito americano Axios filtrano i punti cardine: dai 42 ai 60 giorni di sospensione delle ostilità; il rilascio di tutti gli ostaggi ultracinquantenni in vita e dei più fragili (sono 101, vivi o morti); la scarcerazione di centinaia di detenuti palestinesi, compresi alcuni ergastolani.
In questa ripresa dei negoziati sarebbe tornato in scena il Qatar. A fine novembre, rende noto la Reuters, era volato a Doha Steven Witkoff, inviato per il Medio Oriente del presidente americano eletto Donald Trump. In un’intervista a Sky News, il premier del Qatar, Mohammed bin Abulrahman al-Thani, ha detto che Trump vuole che si raggiunga un accordo al più presto, prima del suo insediamento il 20 gennaio.
Al dopoguerra nella Striscia guarda il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir, sostenuto dai coloni: in un’intervista al podcast Maariv, ha detto che vorrebbe presentare a Trump «un programma per incoraggiare gli insediamenti a Gaza», non prima di aver invitato i palestinesi a «emigrare».
La segretaria generale di Amnesty, Agnès Callamard, spiega che il rapporto «dimostra che Israele ha commesso atti proibiti dalla Convenzione di Ginevra, con l’intento specifico di distruggere i palestinesi a Gaza». «Questi atti – prosegue – includono uccisioni, lesioni fisiche o mentali gravi. Mese dopo mese, Israele ha trattato i palestinesi di Gaza come un gruppo subumano indegno di diritti umani e dignità, dimostrando il suo intento di distruggerli fisicamente». «Lo scopo genocida – aggiunge – può coesistere con obiettivi militari».
Il rapporto ha suscitato la levata di scudi di Amnesty Israele. Smarcandosi da una «conclusione predeterminata», la sezione chiede il cessate il fuoco e denuncia crimini gravissimi, ma «non accetta l'affermazione che sia stato dimostrato che si sta verificando un genocidio nella Striscia né i risultati operativi del rapporto». Tuttavia, è spaccata: si sono dimessi il presidente e due membri palestinesi del direttivo. La replica dell’Ong: «Determinare se una situazione costituisca genocidio è compito del diritto internazionale, non è un’opinione. Amnesty International è orgogliosa della qualità delle sue ricerche». Annunciato un rapporto sui crimini di Hamas.
Il documento è anche un atto d’accusa alla comunità internazionale, i cui governi «devono smettere di fingere di essere impotenti» e intraprendere «un’azione internazionale forte e sostenuta, per quanto scomoda possa essere».
Com’era prevedibile, il ministero degli Esteri accusa Amnesty di essere «un'organizzazione deplorevole e fanatica» che «ha prodotto ancora una volta un rapporto inventato, completamente falso e basato su bugie».
Mentre la tregua in Libano regge, è tornato a parlare il leader di Hezbollah, Naim Qassem. Assicurando che il gruppo «ha subito ferite, ma guarisce», ha annunciato di aver distribuito più di 57 milioni di dollari a oltre 170mila famiglie danneggiate dalla guerra. E ha lanciato un appello ai Paesi arabi per la ricostruzione. Segno che, come molti analisti sostengono, Hezbollah resterà una presenza a lungo termine.