E’ morto giovedì, a 88 anni,
Boris Spassky, che è stato uno dei più grandi scacchisti del mondo ma che per noi ragazzini di fine Sixties è stato soprattutto un simbolo della guerra dei mondi e la passione di una calda estate, il 1972, in attesa delle Olimpiadi di Monaco. Che poi furono quelle di Settembre nero.
Si sfidarono per il titolo mondiale, lui e lo yankee Bobby Fischer, a Reykjavík, e forse oggi sceglierebbero la Groenlandia. Fu la versione pop della Guerra fredda: dopo l’Apollo 11, e prima di Ivan “ti spiezzo in due”. La sfida del secolo la vinse Fischer, tornò in America festeggiato come un astronauta. Invece Spassky in Urss rischiò di passare per un traditore, finì nell’ombra e continuò la sua vita di ordinario scacchista.
Ma gli scacchi sono magici.
L’eroe yankee ebbe una vita matta, divenne complottista antisemita, finì nel mirino del governo, nel 2004 fu arrestato in Giappone con un passaporto falso. E fu proprio Spassky a scrivere per lui agli Stati Uniti: “Non voglio difendere o giustificare Bobby Fischer. Lui è fatto così. Vorrei chiederle soltanto una cosa: la grazia, la clemenza”.
Oggi l’America tiferebbe ancora lo scacchista diventato complottista e nemico del suo paese. Anzi lo farebbe presidente. Un russo rimasto per bene, invece chissà.