Era il 13 febbraio 2016, protagonisti del parapiglia un uomo di origine macedone, che oggi ha 57 anni, e il figlio, indagati per resistenza e violenza a pubblico ufficiale.
Contro di loro si era aperto un procedimento penale che però, dopo quasi otto anni, si è concluso con un nulla di fatto. Il giudice Alessandro Rago – l’ultimo di una lista di magistrati che si è occupata del caso – venerdì scorso è stato costretto a pronunciare una sentenza di “non luogo a procedere” perché i reati si sono ormai prescritti.
Di rinvio in rinvio, con balzi temporali di molti mesi, il processo è andato avanti a singhiozzo. In alcuni casi proprio per il cambio dei giudici, a volte per l’assenza di uno degli imputati o per mancanza dei testimoni convocati. Erano già stati ascoltati i testi dell’accusa, ma non c’è stato il tempo di sentire in aula quelli della difesa e arrivare alle conclusioni del pm e alle arringhe (difensori erano gli avvocati Emanuele Solari e Anna Maria Fanzini). Il tempo di sette anni e mezzo della prescrizione è stato superato e così i titoli di coda sono calati sul processo, senza che fosse possibile arrivare a una sentenza di condanna o di assoluzione.
L’AGGRESSIONE AGLI AGENTI
I fatti non possono che essere ricostruiti sulla base delle cronache dell’epoca. Tutto iniziò con un controllo stradale della polizia locale all’incrocio tra via Primogenita e via Crescio.
Gli agenti avevano intimato l’alt al conducente di una Peugeot. Al volante c’era un giovane non ancora 22enne, al quale vennero contestate le gomme lisce e la cintura di sicurezza slacciata. Il problema nacque quando l’automobilista scattò fuori dall’auto e si portò su marciapiede di Borgo Faxhall. Era stato invitato a fermarsi, ma il ragazzo cominciò a urlare. “Faccio un casino”, gridò mentre si piazzava in mezzo alla strada.
A quel punto gli agenti lo avevano raggiunto e riportato sul marciapiede di forza. Infatti, si era messo in pericolo e rischiava d’essere investito. Mentre il giovane tentava di divincolarsi, arrivò il padre. In quel momento scattò la zuffa: un agente e una vigilessa furono colpiti e sbattuti e a terra, altri due agenti spinti contro un muro. Momenti di grande tensione che si conclusero soltanto quando padre e figlio furono caricati su un’auto e portati al comando di via Rogerio.
L’indagine ebbe anche un seguito social. Nei giorni successivi vennero denunciati per diffamazione contro i vigili tre persone che avevano commentato l’accaduto con frasi giudicate offensive.