Alle 15.38 del 27 febbraio
Donald Trump ha scritto al capo di stato maggiore americano, Dan Caine: “L’operazione Epic Fury è approvata. Nessun aborto. Buona fortuna”. Ha avuto così inizio l’operazione di guerra congiunta israelo-statunitense contro l’Iran che ha portato all’uccisione della guida suprema del paese, l’ayatollah Ali Khamenei. Il messaggio è stato reso pubblico dallo stesso Caine, che ieri ha tenuto la prima conferenza stampa sulla questione assieme al segretario alla Difesa,
Pete Hegseth. Il capo di stato maggiore, oltre a fornire dettagli tecnici sull’operazione e sul coordinamento con le Forze armate israeliane, ha detto che dovremo aspettarci altre vittime statunitensi, che a oggi sono quattro, e che le truppe non sono ancora tutte al loro posto:
l’operazione, infatti, è estesa e i militari continueranno ad arrivare sul posto nei prossimi giorni.
L’estensione della missione e il tempo che gli Stati Uniti impiegheranno per raggiungere i loro obiettivi non è chiaro. Inizialmente Trump aveva parlato di un impegno tra le quattro e le cinque settimane, ma Hegseth ha affermato che i tempi “possono dilatarsi come restringersi”. Anche gli obiettivi della campagna sono nebulosi. Hegseth ha affermato che “l’Iran stava costruendo missili e droni per creare uno scudo convenzionale alle proprie ambizioni di ricatto nucleare” e che stava puntando “un’arma convenzionale contro di noi mentre cercavano di mentire per ottenere la bomba nucleare”. Ha criticato apertamente Barack Obama, l’ex presidente che aveva negoziato l’accordo sul nucleare iraniano da cui Trump è uscito nel 2018, definendolo “un pessimo accordo” e ha affermato che l’Amministrazione era al tavolo dei negoziati per evitare un conflitto, ma l’Iran ha preferito mantenere tutto in una condizione di stallo per portare avanti il programma nucleare. Ha poi asserito che “Trump non ha iniziato questa guerra, ma ha lo stomaco per portarla a termine” e che l’obiettivo è “distruggere la minaccia missilistica, distruggere la Marina e fare in modo che l’Iran non abbia armi nucleari”. Durante i quaranta minuti di conferenza stampa non sono state mostrate prove della ricostituzione del programma nucleare iraniano, che gli Stati Uniti avevano ribadito di aver distrutto a giugno, quando avevano bombardato i siti di arricchimento dell’uranio di Fordow, Natanz e Isfahan. Hegseth ha attaccato i media e la sinistra, che avrebbero definito la missione come un altro caso di “guerra infinita” in medio oriente, dicendo che si tratta invece del contrario, di “una missione devastante e precisa”.
Molti tra gli stessi trumpiani non accettano questa versione dei fatti e sono convinti che la nuova operazione somigli proprio alle
endless war cui il presidente aveva promesso di mettere fine, le stesse che lo avevano portato a dire che “i cosiddetti
nation builder hanno distrutto più paesi di quelli che hanno costruito”. Secondo un sondaggio di Politico, il 30 per cento degli elettori di Trump è contrario alle operazioni che l’Amministrazione sta portando avanti in Iran. Marjorie Taylor Greene, deputata ultratrumpiana fino a quando ha litigato col presidente per la gestione del caso Epstein, ha scritto sui social che “abbiamo votato per America first e nessuna guerra”, mentre l’opinionista di destra Tucker Carlson, spesso vicino alle posizioni del presidente, ha scritto che ci troviamo di fronte a un attacco “disgustoso”, che avrà un effetto significativo sul movimento trumpiano. Anche il direttore del settimanale paleoconservatore American Conservative, Curt Mills, ritiene finito l’approccio antiglobalista della campagna del 2024; in un’intervista a Vanity Fair ha affermato che oggi Trump “serve i ricchi e fa la guerra per conto di paesi stranieri”.
Se a livello politico la linea di Trump tra i repubblicani ha retto, con le solite eccezioni di Thomas Massie alla Camera e Rand Paul al Senato, che dovrebbero votare con i democratici per condannare l’attacco nel corso della settimana, tra gli influencer che hanno sostenuto Trump invece il messaggio non fa breccia. Il provocatore di estrema destra Milo Yiannopoulos ha scritto che “è disgustoso”, mentre
Nick Fuentes ha postato su X un deciso “nessuna guerra con l’Iran. Israele ci sta portando in guerra”. E’ la stessa posizione che – qui sta un altro paradosso tra i tanti – hanno tenuto alcuni esponenti del regime iraniano, che oltre a essersi convinti che l’America trumpiana non li avrebbe attaccati, dicono che lo slogan-cardine del trumpismo dovrebbe essere cambiato in “Israele first”, proprio come dice questa parte del mondo Maga.