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La tragicommedia degli equivoci tra antisemitismo e antisionismo

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La tragicommedia degli equivoci tra antisemitismo e antisionismo
Ansa
Mentre sfoglio vecchi libri per sopravvivere a un Giorno della memoria che si preannuncia ferale – un mio amico più saggio ha in mente di farsi indurre un coma farmacologico e risvegliarsi il 28 a cose fatte – trovo in un pamphlet del 1969 di Léon Poliakov (Dall’antisionismo all’antisemitismo) la citazione di una pagina illuminante di Artur London dalla Confessione, il memoriale del processo-farsa staliniano a cui fu sottoposto a Praga nei primi anni Cinquanta. Secondo Poliakov, che scrive a ridosso della guerra dei Sei giorni, il racconto di London non è storia passata, tutt’altro. Eccolo: “il giudice istruttore mi domanda bruscamente di precisare per ognuno dei nomi che verranno citati nell’interrogatorio se si tratti o meno di un ebreo; ma ogni volta, nella sua trascrizione sostituisce la designazione di ebreo con quella di sionista. ‘Facciamo parte dell’apparato di sicurezza d’una democrazia popolare. La parola giudeo è un’ingiuria. Perciò scriviamo sionista’. Gli faccio notare che ‘sionista’ è una qualifica politica. Mi risponde che non è vero e che quelli sono gli ordini che ha ricevuto. Aggiunge: ‘Del resto, anche in Urss, l’utilizzazione della parola giudeo è proibita. Si parla di ebrei’. Gli dimostro la differenza tra ‘ebreo’ e ‘sionista’. Niente da fare. Mi spiega che ebreo suona male in cèco. Ha l’ordine di mettere ‘sionista’; ecco tutto”. Poliakov ci aveva visto lungo: la pagina di London non è storia passata; si potrebbe perfino dire che è storia futura. La tragicommedia degli equivoci tra antisemitismo e antisionismo, con tutta la sua attrezzeria di scena fatta di specchi, doppi, sosia e fantocci, era già in cartellone settant’anni fa e ancor oggi fa venire giù il teatro. Non per caso La Nuova Italia, nel tradurre il libro nel 1971, scelse per l’elegantissima copertina un’immagine che sarebbe andata altrettanto bene per i Menecmi di Plauto: due gemelle quasi indistinguibili, avviluppate in un unico vestito nero.