"Il Diario di Anne Frank non è la storia di Anne Frank”. A scriverlo, una trentina di anni fa sul New Yorker in un saggio dal titolo Di chi è Anne Frank?, Cynthia Ozick, scrittrice ebrea americana di origini russe. Di chi è Cynthia Ozick? Non degli editori italiani, che se la sono dimenticata. Per fortuna, adesso, dopo anni di oblio editoriale e di edilizia per altarini sui quali si è preferito collocare numerosi mediocri di rango spacciati per geni, La Nave di Teseo si sta preoccupando di ripubblicane alcune opere – vedi sito, metti tutto nel carrello. Ozick, 97enne autrice di capolavori come Eredi di un mondo lucente (Feltrinelli) e Lo scialle (Feltrinelli) – sono ancora in catalogo, ma fate in fretta – è stata anche autrice di una impetuosa serie di saggi contro l’omologazione femminista e sull’identità ebraica e americana, scoccati da posizioni che Mario Materassi, nella postfazione a Lo scialle, definisce di “contestazione conservatrice”. Belle le formule, ma ancora di più il nudo impeto, sempre lucidissimo, della Ozick, una che non ha avuto paura di impugnare la fionda e di collezionare squadroni di nemici bersagliando gli scrittori terzomondisti e mandando in frantumi, con precisione da killer, ogni stoviglia culturaloide alla moda, compresa la definizione inaccettabile di woman writer.
“Di chi è Anne Frank?” è una sassata. La tesi è che il Diario di Anne Frank non racconti la storia di Anne Frank, ma tutt’altro. Un tutt’altro che è stato colpevolmente rimosso. “E poiché non c’è finale, la storia di Anne Frank è stata distorta, tramutata, ridotta; è stata resa infantile, americana, uniforme, sentimentale; è stata falsificata, volgarizzata e, di fatto, spudoratamente negata”. Da chi? Da tutti. Perché tutti ci hanno messo del loro. Ognuno ha grattato via ciò che gli interessava, o ciò che interessava al proprio pubblico di riferimento. L’hanno tradita i drammaturghi e i registi. L’adattamento teatrale firmato Hackett-Goodrich (quelli de “La vita è meravigliosa” e “Il padre della sposa”) debuttò a Broadway nel 1955 e vinse un Pulitzer. E tragedia divenne commedia: lì Anne sembra una normalissima ragazzina americana. Il regista Garson Kanin non fece mistero di quale fosse la sua preoccupazione: “Non voglio deprimere il pubblico!” Ma Hannah Arendt, tra il pubblico: “Sentimentalismo scadente a spese di un’immane catastrofe”.
L’hanno tradita il padre e le case editrici – sedici editori, tra inglesi e americani, rifiutarono il Diario, e non si contano le manipolazioni e i tagli delle parti in cui era considerata eccessiva l’ostilità verso i tedeschi, che quel libro avrebbero dovuto pur comprare (ma aspetteranno quarantun anni prima di leggerlo in versione integrale) o quelle in cui Anne descriveva i suoi turbamenti sessuali. L’hanno tradita gli spettatori di tutto il mondo: in Argentina fu accostata ai martiri cristiani e in Giappone divenne, tra le giovani, un nome in codice per riferirsi alle mestruazioni – nello spettacolo erano nominate un paio di volte.
Terribile il carteggio tra Otto Frank e Cara Wilson, californiana del 1944 invitata dalla Twenty Century Fox all’audizione per il ruolo di Anne Frank nel film tratto dal Diario, tutto traboccante di sospirosi “il Diario parla a me e ai miei dilemmi, alle mie ansie, alle mie passioni segrete… lei sentiva quel che sento io…” Allarmante fila di sciocchezze. Ma la Wilson, mai doma: “Mi identifico così fortemente da credere di essere diventata lei…” E alla fine non ottenne la parte. “Davvero”, si chiede Ozick, “Otto Frank non si rendeva conto di quanto la Wilson fosse sorda a tutto ciò che la perdita della figlia rappresentasse per lui?” (E chissà cosa penserà oggi, Ozick, della serie Netflix intitolata “A.F, la mia migliore amica”, rorido biopic a trazione emotivo-ispirazionale).
Un terribile destino: l’opera di una scrittrice vera, un Diario perfettamente onesto, trasformato in uno strumento di verità parziale e surrogata. Quando non di anti-verità. Ci ha messo del suo anche il sentimento del Dopoguerra, che si “affrettò a migrare lontano dalla crudeltà”. Quasi ogni edizione del Diario è stata presentata come “un inno alla vita”. La sensazione – scrive Ozick – è quella di una derisione. E consiglia di leggerlo solo dopo La notte di Eli Wiesel e I sommersi e i salvati di Primo Levi. La manipolazione si fece anche fascetta: “Un’eterna fonte di coraggio e di ispirazione” conclamava quella dell’edizione francese. Ma il successo di Bergen-Belsen, dice Ozick, derivò dal cancellare ogni coraggio, dal ricordare quanto sia facile distruggere l’animo umano. “Auschwitz e Bergen-Belsen non potranno mai generare nessuna luce”.
E mentre l’Olocausto arretra a favola sempre più distante, ecco che Cynthia Ozick ipotizza un destino sconvolgente, salvifico: che il Diario non fosse arrivato fino a noi. Il Diario salvato dalle grinfie di un mondo che ne ha fatto qualsiasi cosa, meno la più importante: uno strumento per guardare in faccia la Storia.