Di eccezionale in questo caso c’è anche che a segnare il gol è un ebreo israeliano, Yarden Shua, su passaggio di Dia Saba, un musulmano israeliano. Troppa grazia per la squadra dell’apartheid. Un po’ come Samer Haj Yehia, l’arabo che è amministratore delegato di Bank Leumi, la più grande banca del paese. O Reda Masarwa, l’arabo vicepresidente di Intel Israel. E George Karra, il giudice arabo cristiano che siede nel massimo organo giudiziario d’Israele, la Corte Suprema. O i quattordici parlamentari arabi nella Knesset d’Israele. O le città d’Israele dove non si distingue un cittadino ebreo da uno arabo: Haifa, Lod, Acco, Giaffa, Ramle e Gerusalemme.
L’unica apartheid è quella che hanno in testa gli odiatori seriali d’Israele. Per dirla con Khaled Abu Toameh, giornalista arabo israeliano: “Se Israele fosse uno stato di apartheid a me non sarebbe permesso lavorare per un quotidiano ebraico o vivere in un quartiere ebraico o possedere una casa. Il vero apartheid è in Libano dove c’è una legge che vieta ai palestinesi di lavorare in più di cinquanta professioni. Riuscite a immaginare se la Knesset approvasse una legge che vietasse agli arabi di lavorare anche solo in una professione? Il vero apartheid è in molti paesi arabi e musulmani come il Kuwait dove a un mio zio palestinese, che vive lì da 35 anni, è proibito comprare una casa. La legge in Israele non fa distinzione fra ebrei e arabi”. Neanche fra un giocatore ebreo e uno musulmano. La palla è pur sempre rotonda.