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Il foglio della moda

Come tutelare le mani d’oro

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Come tutelare le mani d’oro
Volti e stili di citt&agrave;. Sfilata-installazione alla Fondazione Ica di via Orobia, a Milano, per MSGM di Massimo Giorgetti (courtesy)<br />
È la stessa ripresa, da circa quarant’anni: video al rallentatore, mani che cuciono, forbici che tagliano, un filo che attraversa la trama come se succedesse per la prima volta nella storia. Musica coinvolgente, luci studiatissime, voce fuori campo che sussurra “heritage”, “tradizione”, “savoir-faire”. La moda ama filmare le mani e noi dovremmo ancora emozionarci. Peccato che, subito dopo, nessuno dica quanto guadagnano davvero quelle mani (quelle dei capo-modellisti tanto, sotto di loro resta da vedere). La narrativa della moda è diventata una minestra riscaldata: estetizza la manualità, ma ne occulta la condizione. "In Italia abbiamo ancora migliaia di artigiani che ogni giorno, con passione e talento, creano le nuove forme della moda d’autore”, spiega Alberto Cavalli, direttore generale della Fondazione Cologni Mestieri d'Arte e Direttore Generale Homo Faber, la biennale internazionale dedicata all’alto artigianato contemporaneo, promossa dalla Fondazione, cioè dal gruppo Richemont, che mette in dialogo maestri, designer e istituzioni culturali (la prossima edizione si terrà come sempre a Venezia a settembre, in contemporanea con la Biennale cinema e quella dell’arte, che quest’anno sta scatenando forti polemiche per la mancanza di artisti italiani). "Che siano indipendenti, proprietari di un piccolo laboratorio, oppure lavorare dentro grandi aziende, questi uomini e queste donne per la legge sono operai specializzati, ma in realtà sono artisti abilissimi”, aggiunge. È una dichiarazione che dovrebbe far arrossire.
Perché il punto è tutto qui: li chiamiamo operai quando conviene pagarli come tali, e li celebriamo come eccellenze quando serve un contenuto poetico. Il lusso, oggi, si legittima così e dice di fondarsi sulla rarità e sulla cultura materiale, ma tratta l’abilità manuale come un asset comunicativo. Cavalli è chiarissimo: “Riconoscere che queste persone non sono solo degli esecutori a cui occorre estorcere il prezzo più basso, ma dei raffinati interpreti dello stile significa dare loro il giusto valore”. Estorcere, la parola è forte e non l’ho scelta io. Intanto, i prezzi volano. Si parla di lusso, si parla di eccellenza, si parla di craftsmanship, ma “il cartellino del prezzo indica, appunto, un prezzo: non un valore”. sottolinea ancora Cavalli. E aggiunge la domanda che nessuno sembra farsi: “Chi realizza i capi che portiamo? Che storia hanno? Chi li ha realizzati è stato remunerato equamente, per la competenza e la pazienza che ha profuso nelle sue azioni? O la finanza ha strozzato quel rapporto stupendo che c’è sempre stato tra stilisti e sarti, ricamatori e plissettatori?” Strozzato. Non romanticizziamo troppo, appunto. Penso al Premio Maestri d’Eccellenza di LVMH, Métiers d’Excellence, che è emblematico. Ai vincitori vengono assegnati 10mila euro ciascuno, da reinvestire nell’attività, ma chi conosce il sistema Italia sa cosa significhi tenere aperto un laboratorio: affitti in crescita, costi energetici, contributi, macchinari, formazione di apprendisti, tempi di pagamento sempre più dilatati. Diecimila euro non sono un investimento strutturale, sono un segnale simbolico. Se il lusso si regge sul sapere del saper fare, la tutela di quel sapere non può essere ornamentale. Pur senza chiedere a gruppi internazionali di sostituirsi allo Stato, è lecito domandarsi se queste iniziative non possano tradursi in un’assunzione di responsabilità proporzionata e consapevole alla complessità concreta del fare impresa in Italia. Ma anche lo Stato, o per meglio dire alcuni loro apparati, forse potrebbero controllare meglio l’opportunità di certe loro iniziative. Ice, l’Istituto nazionale per il Commercio con l'Estero, si affianca per esempio a Kering e dall'8 al 18 settembre 2027 propone anche sul proprio sito una crociera culturale all'insegna del lusso su Le Boréal (nave di Ponant, società di crociere di lusso che fanno capo al gruppo francese) che toccherà Firenze, l'isola d'Elba, Taormina, Sorrento e la laguna veneziana con visite agli atelier e incontri con professionisti. Il comunicato Ice parla chiaro: “A partire da 11.930 euro a persona” . Più di quanto riceva un artigiano italiano come premio da Lvmh per portare avanti la sua attività. L’esperienza esclusiva costa più del riconoscimento destinato a chi quell’eccellenza la produce quotidianamente. Il problema italiano non è solo la burocrazia, che pure pesa, ma che l’artigiano è trattato come pmi standard, non come infrastruttura culturale strategica. Non esiste un riconoscimento giuridico che dica: questa tecnica è patrimonio della nazione e chi la detiene va sostenuto strutturalmente.
Esiste una giungla di bandi, incentivi, premi, soprattutto esistono parole, ma manca la politica. Altrove, il quadro è diverso. In Giappone, per esempio, è stata istituita la categoria di bene culturale immateriale e la figura del detentore ufficiale della tecnica. Il maestro può essere formalmente riconosciuto come depositario di un sapere da trasmettere e ricevere un sostegno pubblico annuale, così non diventa un testimonial, ma un patrimonio umano vivente. Basti pensare a Kase Teruta, maestro del ricamo di Nagasaki, designato detentore di tecnica di un bene culturale immateriale dalla prefettura. La sua competenza non è più un talento privato, ma un patrimonio collettivo protetto. Oppure a Osawa Kiyomi, maestra del ricamo yokoburi di Kiryu, prima donna a ricevere il titolo di Contemporary Master Craftsman e insignita della Medal of Honor with Yellow Ribbon dal Governo giapponese. Un’onorificenza statale, non un obolo aziendale. E ancora Okuda Yusai, che ha ricostruito l’antico colore imperiale kōrozen (colore sacro riservato esclusivamente all'imperatore dalla sfumatura gialla-marrone), o Yamaguchi Genbei, decima generazione della casa Kondaya di Kyoto, che lavora su fibre primordiali e collabora con musei internazionali. Anche quando non sono designati tesori viventi, operano dentro un sistema che considera il craft un vettore di identità nazionale. La differenza non è folklorica. In Giappone la tecnica è patrimonio dello Stato, in Italia sta diventando patrimonio dei brand e questa divergenza si riflette nella distribuzione delle risorse, nel riconoscimento giuridico, nella continuità generazionale. Cavalli lo dice con eleganza, ma la sostanza è spietata: “Non basta celebrare il Made in Italy, occorre valorizzare chi lo realizza davvero con competenza e consapevolezza. Altrimenti è solo una indicazione geografica”. E aggiunge: bisogna “agevolare il credito per le piccole imprese d’eccellenza, proteggere le attività che hanno sede nelle città della moda”, sostenere la trasmissione delle competenze, non a parole, ma con misure strutturali. Perché il mestiere, come dicevano i vecchi, si ruba. Si impara guardando, respirando l’aria del laboratorio, ascoltando il rumore delle forbici, non attraverso un reel. E, soprattutto, se il laboratorio chiude perché l’affitto triplica o il pagamento arriva dopo sei mesi (quando arriva), quel sapere non va in pausa, ma scompare. Però se la manualità resta precaria, la celebrazione è una messa in scena. L’artigiano diventa fondale, non protagonista e l’ironia è che proprio mentre si parla ossessivamente di heritage, il rapporto tra valore generato e valore redistribuito alla base della filiera si assottiglia.
La moda è, per definizione, industria della bellezza. “Non dovremmo mai, per nessuna ragione, considerare ‘bello’ o interessante ciò di cui non sappiamo niente”, ammonisce Cavalli. Sapere significa anche sapere chi paga il prezzo della nostra ammirazione. Dunque, non si vogliono demonizzare i grandi gruppi; soltanto chiedere loro più coerenza e maggiore attenzione alle istituzioni: se il lusso si fonda sulla cultura materiale, allora la cultura materiale non può essere solo scenografia, deve essere resa una infrastruttura, avere riconoscimento, tutela, sostegno continuativo. Altrimenti restano mani in controluce, parole vuote come “saper fare”, video perfetti, ma, dietro, laboratori che chiudono in silenzio. Undici al giorno con una produzione in calo del 6,6 per cento, secondo l'ultima rilevazione disponibile di Confartigianato. E il Made in Italy senza chi lo fa non è un patrimonio, ma un comunicato stampa.