Quanti di noi, come il professore Bianco di Sunset Limited di Cormac McCarthy, interrogati sull’importanza della Bibbia, dovremmo ammettere che sì, certo, è un libro straordinario, forse il più influente mai scritto; ma che non lo abbiamo mai davvero letto?
La grande scrittrice americana Marilynne Robinson ci viene in aiuto con il suo recente "
Leggere Genesi", portato in Italia da Marietti.
Da buona protestante, Robinson ha un sentimento intimo e personale della Bibbia, come sa chi abbia letto il suo romanzo Gilead, premio Pulitzer nel 2005. La lettura da lei proposta del primo, fondamentale libro della Bibbia è illuminante, e non adatta ai bigotti. La tesi di fondo che Robinson vuole dimostrare, infatti, è che Dio non ci salva per meriti nostri. Anzi! Che disastro questi Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe: tutti i patriarchi di cui ascoltiamo in chiesa fin da bambini con timore e tremore, a leggere per intero le loro vicissitudini si rivelano in buona sostanza dei poveracci e dei meschini, come lo saranno più tardi i discepoli di Gesù. Ingannano, sono cocciuti, tante sono le volte che ascoltano la voce di Dio quante quelle in cui se la dimenticano. Non è per propria bravura che quello di Israele è il popolo eletto: spesso anzi nella Bibbia i pagani fanno figure ben migliori.
Ma Genesi “non è primariamente inteso a offrire esempi di virtù o di eroismo […], mira invece a tratteggiare l’operato di Dio nei confronti dell’umanità attraverso la disgrazia, il fallimento e persino il crimine.” Infatti, “nonostante e attraverso lo scompiglio umano sta accadendo altro”: il piano della salvezza, una storia scritta dritta su righe molto storte, quelle della “vita di persone per molti aspetti così ordinarie che è sorprendente trovarle in un testo antico”. Con questi zotici pastori del Medio oriente siamo lontani anni luce da Gilgamesh o dagli eroi omerici; eppure “questi uomini e queste donne hanno visto il volto di Dio, hanno udito la Sua voce”. Grazie a ciò hanno compiuto scoperte meravigliose e decisive, inaudite in tutta la cultura classica.
Per esempio, pur circondati da popoli che venerano divinità mostruose, i patriarchi intuiscono che Dio è un padre amorevole (e il problema del rapporto tra padri e figli è quello cruciale in tutto Genesi); che il mondo “è atto al godimento umano”, tanto che con eleganza Genesi nota prima la bellezza degli alberi, e solo dopo che rendano frutti; e soprattutto che il perdono “in ogni occasione in cui nasce, è ricompensato da conseguenze che non potevano essere previste né immaginate”. Tanto che, fa notare Robinson, l’intero Genesi è “incorniciato da due storie di perdono straordinario, quello di Caino da parte del Signore e quella dei dieci fratelli da parte di Giuseppe”.
Che ne sarebbe stato della storia del mondo senza le intuizioni stra-ordinarie di quei pastori erranti della Mesopotamia? Dunque, ben venga rileggere Genesi e la Bibbia, da soli o guidati. Quello di Robinson è un grande (e mai banale) aiuto.