L'ultima intervista a Wilko Johnson, scomparso pochi giorni fa
| DI Redazione Online



La musica mi fa bene, la musica fa sempre bene. Le interviste, in un certo senso, sono inutili. A cosa servono, quando la musica basta e avanza per comunicare tante cose?

Dopo 30 anni, ho pubblicato un album di nuove canzoni rock’n’roll, blues, reggae… è un piacere poter suonare con i musicisti della mia band, poter contare su un bassista eccelso come Norman Watt-Roy dei Blockheads. Se possiedi un simile “carico”, puoi permetterti canzoni che spaziano ritmicamente.
Sono stati una parte importante della mia vita e della mia carriera, ma non ci penso quasi mai. Se c’è una cosa che ti insegna la malattia, è non perdere tempo a guardarti indietro, a confrontarti con il passato.

Nelle canzoni del mio nuovo album questo passato musicale è indubbiamente presente. Non lo rinnego, sarebbe molto sciocco se un musicista che ha percorso un lungo tratto di strada si mettesse a fare qualcosa di diverso come cercare di fermare il tempo o di affermarsi con un genere da ragazzini. Ho registrato Blow Your Mind perché avevo voglia di farlo, mi è piaciuto farlo e l’idea di suonare dal vivo è ancora una bella spinta vitale. Se il pubblico risponde piacevolmente, come è accaduto con Going Back Home, il precedente album realizzato insieme a Roger Daltrey degli Who, la soddisfazione è grande. Ed è stata quella risposta positiva e forte, che mi ha probabilmente condotto fino a qui, pensando di avere altro da dire come musicista e performer.
Lavorare con Dave è stato produttivo, si è discusso parecchio ma alla fine mi sono sempre trovato in sintonia con le sue scelte. Non ho voglia di litigare, non più. Ho ascoltato l’ultimo album di Roger, mi piace. Lui mi ha telefonato quando ha sentito per la prima volta le mie nuove canzoni. Ci siamo visti ma abbiamo chiacchierato di cose futili, di sport, di politica come due vecchi amici che proprio non la smettono di volersi bene. Non sempre vale la pena replicare ciò che è stato fatto bene una volta, è più coraggioso rimettersi in gioco da soli. In futuro, poi, chissà… Qualcuno diceva che non è scritto, il futuro.
Joe era un grande, un uomo simpatico e dalla mente molto aperta. Quando ci ho parlato per la prima volta, si è presentato dicendo che era un fan dei Dr. Feelgood. La sua morte improvvisa e prematura è una delle tante questioni irrisolte che ho con la vita. Chissà cosa avrebbe detto, Joe, della Brexit.

Non saprei, cambio idea continuamente. Mi sembra una scelta adatta agli inglesi, poi però penso alle difficoltà e cambio punto di vista. Vedremo cosa succederà.
Essere un musicista ti permette tutto questo, è vero. L’arte, anche quella “minore”, concede a uomini semplici di scavalcare parecchi ostacoli. La musica non cambia il mondo, neppure Dylan è riuscito a farlo. Diciamo che però contribuisce a segnare il passo e questo è un privilegio.

Non sono certo Bob Dylan, ma brani come “Lament” sono molto vicini a quel che mi è capitato nell’ultimo periodo. A volte non si tratta di un racconto vero e proprio. Certe cose, testi inclusi, nascono suonando con la band, alcune idee vengono definite in corso d’opera. Altre volte si tratta di esprimere uno stato d’animo e allora basta la musica, le parole che si intrecciano sopra sono di importanza relativa, almeno per me. In fondo, stiamo parlando di rock e non mi stanno simpatici quelli che assumono un’aria colta. La nostra musica è potentissima proprio perché non è scesa dall’alto, ma ha radici “basse”, conosce il dolore e il sogno della strada.
Sì e sono contento di potermi esibire di nuovo, è stata dura ma il palco mi fa sentire a casa. La mia fortuna è quella di poter contare sulla band e sulla vicinanza di mio figlio, che mi segue dappertutto, e su colleghi che sono anche amici. Diciamo che sono un rocker “acciaccato” e tutti on the road devono farci i conti. Forse morirò con la chitarra in mano, vorrà dire che qualcuno me la toglierà per appoggiarla nella custodia (risata!).
Tutti i diritti riservati
Parole chiave: