La longlist del
Booker Prize 2025 è stata salutata come la più globale della storia del premio, fondato nel 1969 ma esteso ad autori non britannici solo a partire dal 2014.
I tredici autori selezionati – fra i quali spicca Kiran Desai, figlia di Anita e vincitrice del Booker già nel 2006 con Eredi della sconfitta (Adelphi, 391 pp., 19 euro) –
provengono da nove nazionalità diverse, con Albania, Canada, Ungheria, India, Malesia, Trinidad & Tobago e Ucraina che si aggiungono ai più scontati Regno Unito e Usa. La circostanza è stata salutata come
segno incontrovertibile di progresso, e lo è, a patto però di tenere presenti altri due fattori. Il primo è che
a concorrere non sono gli autori bensì i libri, composti da parole e dalle immagini che evocano. Se queste immagini ci conducono nelle fattorie malesi o nel Giappone postcoloniale, fra i profughi kosovari o i centri adozione del Venezuela, resta quale comun denominatore la scelta della lingua inglese, che i più corrivi potrebbero interpretare come sintomo di colonizzazione culturale (perché non scrivere in ungherese, in ucraino, in albanese?).