La fine di Maduro e i timori di chi resta a Caracas

Redazione Online
|4 settimane fa

foto Ansa
“Siamo preoccupati per il Venezuela. Il governo ha sempre minacciato i civili, e questo attacco non rimarrà senza una vendetta contro di noi”. A. risponde al Foglio barricato nella sua casa di Caracas. Ci chiede di non menzionare il suo nome. Mentre parliamo Donald Trump espone al mondo la sua “Don-roe”, mutuata dalla Monroe. Viene diffusa la prima foto di Nicolás Maduro arrestato, poi altre immagini e video di lui sul suolo americano verso il carcere di New York. A Caracas si parla solo del trambusto delle ore precedenti. “Abbiamo sentito esplosioni da prima delle due del mattino fino alle quattro. Al primo colpo ci siamo subito alzati. Sopra di noi abbiamo visto missili, proiettili e spari. Il rumore era impressionante”, dice A. Dalla sua finestra non si vede anima viva: “Ora c'è molta calma fuori, non c'è quasi nessuno. I collettivi del governo stanno fermando e sparando a quelli che trovano per strada. Abbiamo delinquenza armata in giro, è pericoloso uscire”.
Ad alcuni pezzi di città manca il cibo, la luce e la corrente. “Chi abita vicino al consolato italiano è tranquillo, c’è l’elettricità. Invece le zone vicine a Forte Tiuna, la base militare di Caracas colpita dal raid, sono senza servizio elettrico”, ci racconta M. Da casa sua si vede l’aeroporto “La Carlota”, conosciuto per lo più come la base aerea Generalissimo Francisco de Miranda. “Anche lì c’è stata un’esplosione importante, poi è stata presa dai militari”, racconta. “Da dove siamo noi si vedeva bene tutto ciò che avveniva in città”. Ci parla delle colonne di fumo che si sono alzate dalla direzione del porto di La Guaira a nord, ma anche dall'aeroporto della città venezuelana di Higuerote, a circa 85 chilometri a est della capitale: “Anche lì c’è stata un’esplosione importante”.
Da quelle parti qualcuno per strada c’è: “Un po’ di persone hanno deciso di uscire per raggiungere i pochi supermercati ancora aperti e comprare qualcosa da mangiare”, prosegue M. Per strada c’è anche il ministro dell'Interno Diosdado Cabello. Indossa un giubbotto antiproiettile ed è circondato da decine di militari a seguito che imbracciano un fucile: “Non cadiamo nella disperazione rendendo le cose più facili all'invasore”, dice invitando i cittadini a fidarsi della leadership venezuelana e del suo alto comando politico-militare.
“Ci hanno detto di rimanere in casa e aspettare. E così stiamo facendo. Non sappiamo cosa potrà succedere nelle prossime ore”, dice M. Subito dopo la notizia dell’arresto di Maduro, le comunità venezuelane nel mondo si sono radunate per festeggiare, con le bandiere del loro paese sulle spalle. A Caracas la paura della rappresaglia, però, impedisce i festeggiamenti. “E’ adesso che viene il male”, si preoccupa A. “Il governo ha sempre minacciato i civili, la popolazione. E se loro sono attaccati daranno la colpa a noi. Questa questione non rimarrà senza vendetta”.

