Maduro mette nel mirino la Chiesa: divieto d'espatrio al cardinale di Caracas

Redazione Online
|1 mese fa

Baltazar Porras Cardozo (Foto ANSA)
Nello stesso giorno in cui a Oslo veniva consegnato il Nobel per la Pace per interposta persona a Corina Machado, a Caracas veniva bloccato l’espatrio del cardinale Baltazar Porras Cardozo, arcivescovo emerito di Caracas. Per dissipare ogni dubbio o ambiguità è stato lo stesso porporato a spiegare, tramite lettera inviata all’episcopato venezuelano, la dinamica di quanto accaduto. Porras era atteso a Madrid, dove avrebbe dovuto “adempiere agli impegni ecclesiastici”, ma all’aeroporto internazionale della capitale gli è stato sequestrato il passaporto: “Questa mattina, l’ufficiale mi ha detto che aveva controllato il mio passaporto perché non era aggiornato. Lo ha portato via insieme alla carta d’imbarco per mostrarlo – ha proseguito il cardinale – al suo superiore. Dopo un po’, questa persona mi ha detto che il passaporto presentava problemi e che loro non potevano fare nulla”. Quindi, dopo più di un’ora, “è arrivato un soldato e mi ha detto che non potevo viaggiare. Gli ho chiesto di restituirmi il passaporto per andare a ritirare la mia valigia. Anche per andare in bagno il funzionario mi ha seguìto da vicino, chiedendomi dove stessi andando”. Il funzionario ha quindi ribadito al cardinale: “Lei non può viaggiare, mi segua”. Il racconto, dettagliato, prosegue: “Mi hanno fatto firmare dei documenti in cui si diceva che per ‘inadempienza delle norme di viaggio’ non potevo partire. Ho voluto fare una foto a quel documento, ma non me l’hanno permesso, e non in modo gentile. Se avessi insistito per scattare la foto, hanno minacciato di arrestarmi”. Il passaporto non gli è stato restituito ma, almeno, gli è stato consentito di ritirare il bagaglio. Il cardinale Porras non è stato arrestato, come in un primo momento qualche fonte locale aveva fatto trapelare all’estero. “Senza uguaglianza di diritti, senza la possibilità di essere informati, difficilmente può esserci giustizia ed equità”. I vescovi venezuelani, tramite un comunicato, hanno manifestato solidarietà al confratello.
Quanto accaduto all’aeroporto di Caracas non è stato imprevedibile. Da mesi si rincorrono voci su una crescente insofferenza del governo per le esternazioni dell’arcivescovo emerito, soprattutto perché gli attacchi alle autorità politiche vengono sovente espresse all’estero, con un’eco maggiore rispetto a quella – repressa – che si ha in patria. A ottobre, in un evento a margine della canonizzazione dei primi due santi venezuelani, il medico José Gregorio Hernández e suor Carmen Rendiles, il cardinale Porras definì “moralmente inaccettabile” la situazione nel paese sudamericano, aggiungendo che quanto si vedeva erano “crescita della povertà, corruzione, militarizzazione come forma di governo per incitare alla violenza, mancanza di rispetto della volontà del popolo”. La conferenza episcopale pubblicò una lettera in cui chiedeva il rilascio degli oltre ottocento prigionieri politici detenuti nelle carceri di Maduro. Il quale arrivò a sostenere che se Hernández veniva fatto santo, il merito era tutto suo: “Papa Francesco non sapeva chi fosse prima che io gli spiegassi la sua storia”. Porras, invece, sempre secondo le ricostruzioni del successore di Hugo Chávez declamate in estenuanti dirette radio-televisive, avrebbe fatto il possibile (“ha cospirato per tutta la sua vita”) per bloccare l’iter della canonizzazione. E al cospiratore porporato veniva impedito di celebrare la messa di ringraziamento per l’avvenuta canonizzazione, il 26 ottobre.
La situazione si fa sempre più tesa, anche per la stessa Chiesa locale, che anni fa (era il 2019) fece ben poco per nascondere lo sconcerto per la posizione soft adottata da Roma nei confronti della satrapia di Maduro. La storia è nota: nel 2018 si erano tenute le elezioni presidenziali, contestatissime dall’opposizione che parlò di smaccati brogli. L’Assemblea nazionale, quindi, nominò presidente ad interim Juan Guaidó, con il risultato di creare uno stallo politico che lacerò il paese. Mentre alcuni stati riconoscevano Guaidó come legittimo presidente, la Santa Sede per bocca del segretario di stato Pietro Parolin scelse una via prudenziale: la “neutralità positiva”. Spiegò il cardinale che non era “l’atteggiamento di chi si mette alla finestra e sta a guardare quello che succede, quasi indifferente a quello che succede, ma è l’atteggiamento di chi sta sopra le parti per cercare di superare la conflittualità”. Maduro, dal canto suo, s’appellava al “vero spirito cristiano del Papa”, esortandolo con velenosa aggiunta a “non far finire il popolo venezuelano come i trentamila desaparecidos argentini”. Da lì la tensione è via via cresciuta, ancor di più con le minacce trumpiane di invadere il paese. Leone XIV stesso, che è americano di Chicago, è intervenuto sul tema chiedendo dialogo ed evocando “altri mezzi di pressione”. In pratica, uno smarcarsi dalla fanfara della Casa Bianca, ma al contempo non la riproposizione di una neutralità assoluta. In questi anni anche le nomine episcopali per il Venezuela hanno risentito delle difficoltà nelle relazioni bilaterali e non è un caso che Francesco, un anno e mezzo fa, abbia scelto come nunzio a Caracas un diplomatico di comprovata esperienza e granitica prudenza come mons. Alberto Ortega. Precedenti esperienze del nunzio: Iraq, Giordania e Cile.

