Coppi più di un Papa. Perché morto Coppi, non se ne fece un altro. Al massimo, un Coppino.
Guido Carlesi era un Coppino, il secondo della storia: il primo Mino De Rossi, pistard e anche stradista, oro olimpico nell’inseguimento a Helsinki 1952. Il secondo Coppino lui, Carlesi.
Il terzo, Italo Zilioli.
Il quarto, Franco Chioccioli. Poi basta. Di Merckxini neanche l’ombra. E chissà di Pogacar.
Carlesi è morto stamattina. Era del 1936, il 7 novembre avrebbe compiuto 88 anni.
Nato a Collesalvetti, residente a Titignano: pisano. La prima bici, un regalo del papà: una Wilma, celeste. Lui aveva 14 o 15 anni. Con quella partecipò alle prime corse, libere, aperte a tutte. E siccome le vinceva tutte, venne iscritto a una società, la Wilma di Navacchio, maglia di lana gialla e celeste, diretta da un calzolaio che la sapeva lunga, Tiarno Casarosa. “Un unico comandamento: fare la vita del corridore – amava raccontare come in una favola rotonda – Significava: andare a letto presto, mangiare sano e bere acqua, allenarsi il giusto”. Gli altri comandamenti sarebbero stati impartiti dalla strada.
Padre manovale, madre casalinga, Guido figlio unico e falegname. Dilettante, correva e vinceva. Fiorenzo Magni lo seguì in una corsa, ne fu conquistato, gli propose di disputare il Giro dell’Olanda. Carlesi vinse una tappa e si classificò secondo nella generale.
Professionista dal 1956 con Magni. E fu qui che Carlesi
conobbe Coppi, in corsa: “Un dio, ma al tramonto, in bici si stava spegnendo”. Della somiglianza fra Coppi e Carlesi “a scriverlo i giornalisti, io non mi sarei mai permesso, e lo scrivevano un po’ per il naso, un po’ per lo stile in bici”.
Se di tutte le corse avesse potuto salvarne una sola in cui si sentì veramente Coppi e non soltanto Coppino, Carlesi avrebbe scelto il Tour de France del 1961: due vittorie di tappa, la Torino-Juan les Pins (“Quel giorno mia moglie venne alla partenza, e la sua presenza mi galvanizzò”) e la Perpignan-Tolosa (“Senza le cronometro, non sarei arrivato secondo ma primo nella classifica generale. Però il Tour era disegnato per Jacques Anquetil, non certo per me”).
Quella volta alla Milano-Sanremo, “in fuga, poi non ne avevo più, il Poggio volevo passarlo sotto, ma la gente mi prese la bici e la rimise sulla strada, io la strada non la vedevo più, e al traguardo arrivai non so ancora come”. Tutte quelle volte che prese una cotta, “ma più di tutte a un campionato italiano, era il Giro del Piemonte e nel finale il Superga, io primo, avevo già vinto, ma all’improvviso divenne notte, forse la digestione, bloccata, forse la benzina, esaurita, e venni ripreso da Nino Defilippis”.
Quella volta al Tour de France, la tappa di Superbagnères, nei Pirenei, “un vento impossibile, non si riusciva a rimanere in piedi, in equilibrio, con le salite di Ares, Portillon e l’arrivo in salita, si correva a squadre nazionali, presi Imerio Massignan per la sella e lo spinsi avanti, verso il traguardo, primo Massignan, secondo io”. Carlesi che in corsa mangiava le pere con il formaggino Mio dentro, i panini con la carne trita e una strizzata di limone, e i Pavesini con il miele, che nella borraccia metteva la birra, fuori dalla corsa fumava qualche sigaretta, le Dunhill, e che si giustificava: “Quando uno corre, butta fuori tutto”.
Corse e buttò fuori tutto, corse fino al 1966, Carlesi, una quarantina di vittorie. Poi caccia e pesca, anche biliardo. All’ultimo chilometro, non si poteva più dire se assomigliasse a Coppi. Coppi morì a 40 anni, Carlesi a più del doppio.