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Liberal di guerra

Tra i democratici ci sono più interventisti di quanto si pensi: chiedono a Trump obiettivi chiari

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Tra i democratici ci sono più interventisti di quanto si pensi: chiedono a Trump obiettivi chiari
LaPresse
L’attacco lanciato da Donald Trump alla Repubblica islamica d’Iran ha sciolto la compagine antiguerra dei repubblicani, al Congresso di fatto ridotta al deputato Thomas Massie e al senatore Rand Paul. L’effetto opposto invece si è realizzato tra i democratici: già nelle scorse settimane la risoluzione per bloccare ogni intervento su Teheran, firmata dal progressista Ro Khanna assieme al già citato Massie, aveva faticato a trovare nuove firme e la leadership di Hakeem Jeffries alla Camera e di Chuck Schumer aveva storto il naso all’idea, senza passare all’ostracismo aperto. Ma le firme non sono arrivate. Anzi, era arrivata un’altra risoluzione opposta, firmata dal repubblicano newyorchese Mike Lawler e dal suo collega del New Jersey Josh Gottheimer, che, pur affermando che “bisogna rispettare il ruolo costituzionale del Congresso in materia di guerra”, la proposta non avrebbe “ristretto la flessibilità necessaria per rispondere a minacce reali e in evoluzione”. E la bozza si concludeva con due prese di posizione nette: “Fin quando ‘Morte all’America’ rimane il grido di guerra del regime iraniano, esso rimarrà una minaccia persistente e seria ai nostri uomini e donne in uniforme” e “sappiamo che Teheran sta costruendo un’arma nucleare”.
Al di là di Gottheimer, gli entusiasmi a mezza bocca dei democratici sono numerosi. Uno in particolare è a piena voce: si tratta di quello del senatore della Pennsylvania John Fetterman, che dopo la faticata elezione del 2022 in Pennsylvania si è trasformato nel più falco di tutti tra i dem, sostenitore strenuo della causa di Israele, tanto che già nella giornata di sabato è corso su Fox News a cantare le lodi del presidente e di Israele. Ma non è il solo: in un’intervista al magazine di attualità ebraico-americana Jewish Insider, il deputato democratico dell’Ohio Greg Landsman ha detto che una serie di raid chirurgici e limitati sull’Iran può essere necessaria per “liberare il popolo iraniano”. Anche Gottheimer si è unito a queste lodi perché il presidente Trump ha finalmente “affrontato” la minaccia del regime islamista. Altri sostegni sono apparsi più condizionati, pur senza negare la necessità dell’operazione.La senatrice Jacky Rosen del Nevada ha chiesto un briefing dettagliato sui piani dell’Amministrazione, posizione echeggiata dal deputato Tom Suozzi, uno dei più moderati dell’intero emiciclo che però ha di fronte a sé una difficile campagna elettorale per la rielezione in un distretto newyorchese in bilico. Quindi: condivisione degli obiettivi, ma solo se ci sarà un’idea chiara sul futuro dell’Iran. Il deputato del Connecticut, Jim Himes, il democratico più alto in grado nella commissione Intelligence della Camera, ha dichiarato che finora l’Amministrazione non ha mostrato “chiari obiettivi strategici” in questa operazione. Posizione simile a quella di un senatore come Cory Booker, che pure rimarca la pericolosità del regime iraniano. E anche due aspiranti candidati alla presidenza hanno sposato questa posizione: il governatore Josh Shapiro della Pennsylvania e il suo omologo della California Gavin Newsom.
Al di là di qualche oppositore totale del conflitto come la radicale Alexandria Ocasio-Cortez (prevedibile) e il senatore Tim Kaine (meno atteso visto il suo passato clintoniano e interventista) la posizione dem si può riassumere in quella di Mark Kelly, senatore dell’Arizona con un passato di ufficiale dell’aviazione: sì agli attacchi con tanto di autorizzazione del Congresso se si mostrerà un piano di azione definito per le prossime settimane, una rara apertura di credito bipartisan a un presidente finora pesantemente osteggiato dall’opposizione. L’interventismo è arrivato a dividere anche i candidati alle primarie come Graham Platner, controverso candidato democratico per il Senato in Maine, che ha indetto una protesta contro la guerra per dare immediato fastidio alla sua avversaria Janet Mills. E in Illinois, la candidata progressista Kat Abughazaleh, di origini palestinesi, è stata accusata da un ex membro del suo staff di essere “interventista”. Per l’Ucraina e per Taiwan, sull’Iran è più incerta, ma, anche in questo caso, si tiene la porta aperta.