Questo articolo non è un articolo: è una guida. E’ un tentativo, non sappiamo quanto creativo, di orientarsi su quelle che sono le faglie della politica di oggi che potrebbero diventare le fratture di domani. L’Italia, oggi, l’Italia politica, si presenta apparentemente come un monolite molto noioso, in cui tutto sembra essere scontato, in cui i movimenti interni ai partiti appassionano poco, in cui le frizioni nelle coalizioni sembrano essere nulla di più che scene simili a performance teatrali. Eppure, se si osserva con attenzione, sotto la superficie, ci sono micromovimenti, a volte neanche micro, che iniziano a intravedersi e che potrebbero aiutarci a capire quali traiettorie imprevedibili potrebbe imboccare la politica del futuro. Movimenti che riguardano il centro. Movimenti che riguardano la sinistra. Movimenti che riguardano la destra. A destra, ormai, siamo abituati da tempo a vedere una coalizione in grado di resistere a ogni provocazione, a ogni litigio, a ogni capriccio. La capacità dei leader della destra di incassare i colpi è forse l’abilità meno esplorata della coalizione di governo.
Ci si picchia, a volte anche in pubblico, e quando questo succede si dà la possibilità all’alleato di turno di sfogare per qualche istante le sue frustrazioni, poi si discute, si cerca un punto di mediazione e infine tutti amici come prima. A destra, come è evidente, non vi è un problema di leadership, ovvero non vi è un tema legato a chi sia il leader della coalizione, ma dietro la leadership principale vi sono altre leadership sotto attacco, seppure in modo soft, che devono fare i conti con il proprio futuro.
Antonio Tajani, tanto per cominciare, leader uno e trino di Forza Italia, sa di avere attorno a sé molti leader in cerca di futuro, molti leader apprezzati dalla casa madre, o se volete dalla casa Cav., e sa che la sfida che Roberto Occhiuto, governatore della Calabria, vuole lanciare alla segreteria è reale, anche se riguarderà il dopo elezioni. Antonio Tajani sa che dopo le elezioni la partita per la leadership di Forza Italia sarà possibile. Sa che per quella sfida ci saranno anche altri volti che la famiglia Berlusconi apprezza, come Alberto Cirio, presidente del Piemonte, per il quale Tajani riesce a immaginare una leadership futura più di quanto non riesca a farlo per Occhiuto. Ma la sfida al momento, pur essendo alla luce del sole, riguarda i temi, riguarda la valorizzazione di nuovi volti, riguarda la volontà di creare nuove energie, e fino alle elezioni la leadership di Tajani non si tocca, a meno che il consenso di Meloni non crolli all’improvviso, in modo verticale, vertiginoso: ma lì si aprirebbero altre porte e altre prospettive e in quel caso nulla si potrebbe escludere, neppure una discesa in campo di un altro Berlusconi, di nome Pier Silvio.
Nella Lega la situazione non è diversa, con la differenza che per il dopo Salvini l’unico nome considerato dai leghisti credibili è quello di cui si parla meno, ovvero Giancarlo Giorgetti. Non esiste un tema di aggressione alla segreteria Salvini: il leader della Lega è più saldo di quanto si possa pensare, e anche l’agenda ambiziosa di Zaia punta a spostare il baricentro della Lega, non a creare un’alternativa, almeno per il momento. Ma esiste un’idea diffusa nella Lega che per Salvini questo sarà l’ultimo giro e forzare ora non ha molto senso. Un discorso diverso vale invece per un altro leghista che un anno fa è stato il simbolo della resistenza del salvinismo, alle europee, e che oggi potrebbe essere il riflesso di un problema mica da poco per il centrodestra: il suo profilo estremista. Il generale Roberto Vannacci, in pubblico, sostiene di non voler uscire dalla Lega. Matteo Salvini, in pubblico, ricorda a Vannacci, senza nominarlo, che uscire dalla Lega significa condannarsi all’oblio. Ma se dovesse succedere, la scissione non sarebbe un problema solo per Salvini: sarebbe un piccolo dramma politico per tutto il centrodestra. Immaginate la scena: Vannacci esce dalla Lega, fonda un nuovo partito, crea un modello di AfD in Italia, i sondaggi indicano che quel partito può valere più dello zero virgola, e la destra in quel caso dovrà chiedersi se lasciare, come successe con Paragone nel 2022, una destra estrema fuori dalla coalizione del centrodestra, o se invece, in virtù anche di una nuova legge elettorale con premio che dovrebbe scattare per le coalizioni in grado di raccogliere almeno il 40-42 per cento dei voti, imbarcare anche il partito di Vannacci, correndo il rischio di dare al generale estremista non solo una visibilità infinitamente superiore a quella di oggi ma anche la possibilità di infilarsi nelle photo opportunity della coalizione: Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, Noi moderati con Lupi, noi non moderati con Vannacci. Sotto la superficie della politica, a destra, si muove molto, e specularmente alle ambizioni di Vannacci si muove anche la destra che farebbe di tutto e di più per allontanare Carlo Calenda dal campo largo, anche fare una legge elettorale buona per correre da soli (soglia di sbarramento al tre per cento), anche scegliere un candidato sindaco a Milano gradito a Calenda (che al momento però considera come candidato perfetto per Milano il candidato sognato da un pezzo del centrosinistra: Mario Calabresi), anche lavorare per candidare Carlo Calenda stesso a Roma alle prossime comunali (primavera 2027, verosimilmente dopo le politiche che Fratelli d’Italia vorrebbe provare ad anticipare da settembre 2027 a febbraio 2027). Si muove molto a destra, sotto la superficie, anche se sembra che poco si muova, anche se sembra che tutto sia teatro.
Ma si muove molto anche a sinistra, sotto la polvere delle ritualità quotidiane. E nell’attesa di poter capire se il referendum sulla giustizia sarà l’ennesima spallata mancata da Elly Schlein contro il centrodestra (altre spallate mancate: europee del 2024, referendum sul lavoro nel 2025, regionali del 2025), c’è un’infrastruttura interessante che può spingere il centrosinistra verso un cambio di fase, in caso di crollo vertiginoso e ulteriore della leadership democratica, e quell’infrastruttura passa da alcune città: Napoli, Roma, Firenze, Torino, Milano, Vicenza, Bologna, Genova, Bari. Sono le città dei sindaci, tranne Bologna che è anche e soprattutto la città del governatore Michele De Pascale, e sono le città in cui il desiderio di scommettere su una leadership, alle elezioni, più ambiziosa rispetto a quella di oggi è forte, è reale, è all’ordine del giorno. Silvia Salis, sindaca di Genova, viene sempre più percepita da un pezzo della classe dirigente del Pd come una possibile scialuppa di salvataggio da utilizzare in caso di panico nel centrosinistra per provare a sfidare Meloni con una mossa a sorpresa. Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli, presidente dell’Anci, con la quale Manfredi ha iniziato a scrivere un ambizioso programma economico supportato anche da Roberto Garofoli, già braccio destro di Mario Draghi, viene considerato da molti, anche nel M5s, anche da Giuseppe Conte, di cui Manfredi è stato ministro, come un nuovo Romano Prodi, in grado di dare al centrosinistra il valore aggiunto che oggi non ha. Il teatro è molto, le dissimulazioni sono all’ordine del giorno, la capacità di incassare i colpi dà ad alcune coalizioni sull’orlo di una possibile crisi isterica l’opportunità di gestire anche situazioni apparentemente difficili. Eppure i movimenti tra i partiti ci sono, la concorrenza esiste, le rivalità si stanno consolidando e chissà che la competizione tra le leadership non sia, per una volta, un’occasione per i partiti non per difendere l’esistente ma per provare finalmente a costruire un futuro più ambizioso rispetto a quello attuale.