Logo La Nuova del Sud

La potenza della fede

XXVII domenica del Tempo OrdinarioIn quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

|
Il Vangelo di oggi è costituito da un insegnamento di Gesù sulla potenza della fede seguito da una parabola sull’atteggiamento che deve avere un servo nei riguardi del suo padrone. A prima vista sembrano due parti giustapposte senza un apparente legame tra di loro, ma se ci interroghiamo in quale contesto sia collocato questo discorso sulla fede, scopriamo che è preceduto immediatamente da un insegnamento sul perdono, in cui Gesù ordina di non deludere mai il pentimento del fratello dopo l’offesa arrecata, facendo sempre seguire il perdono. La perseveranza instancabile nel perdonare ha bisogno di essere sostenuta dalla fede, così come, del resto, l’umiltà nel servizio, che è l’insegnamento contenuto nella seconda parte del nostro brano evangelico.Il tema della fede per la riuscita della vita del discepolo viene trattato da tutti i primi tre evangelisti (i cosiddetti sinottici), ma mentre in Matteo e Marco si parla di una fede capace di spostare le montagne, nel Vangelo di Luca è evidenziato ancora di più l’aspetto paradossale della forza della fede: si parla di un gelso a cui viene ordinato di gettarsi nel mare. L’evangelista propone come immagine un fenomeno che contrasta in maniera stridente con le leggi vigenti della natura. Il gelso infatti non è una pianta acquatica e il comando dato significherebbe praticamente la morte della pianta e tuttavia viene dato l’ordine di mettere radici nel “mare” non solo diventando una pianta acquatica, ma vivendo nell’acqua salata. La contraddizione con le leggi della natura diventa così colossale.Questa immagine paradossale con la quale Gesù esprime l’efficacia della fede, sia pure modesta, rende particolarmente efficace il suo insegnamento: questo detto svolge insieme il compito di denuncia e di incoraggiamento. Di denuncia perché fa capire che la fede dei discepoli non raggiunge neppure la minima quantità del granellino di senape, è dunque incredibilmente modesta. L’incoraggiamento invece sta nel fatto che per compiere imprese così radicalmente sbalorditive, come quella che il gelso realizzerà obbedendo al credente, basta veramente una misura di fede ridottissima.Luca, inoltre presenta gli apostoli come consapevoli della loro fede limitata; il detto di Gesù è infatti la risposta alla loro richiesta: «Accresci la nostra fede», essi sono dunque coscienti della sproporzione tra la loro fede e la vicinanza a Gesù e al suo insegnamento. La loro richiesta si potrebbe più esattamente tradurre con “poni” o “colloca” in noi la fede, il che fa pensare che nei richiedenti la fede non vi sia e che solo Gesù possa donarla loro. In altri contesti però il verbo usato indica anche la crescita di una realtà per cui anche la traduzione che propone una richiesta di aumento della fede è corretta, pur non dimenticando che essa è pur sempre dono.Nella parabola che fa seguito all’insegnamento sulla fede, Gesù descrive la normalità dei rapporti tra il datore di lavoro e i suoi dipendenti (schiavi?) come erano praticati al suo tempo. Per la nostra sensibilità moderna potremmo ritenere il comportamento del padrone assolutamente ingiusto. Infatti anche se il servo torna dalla campagna affamato e stanco, dopo aver assolto i compiti che gli erano stati affidati, potrà mangiare solo quando avrà preparato il pranzo al padrone e glielo avrà servito. Ancora più duro può sembrare il discorso di Gesù quando ne fa l’applicazione ai suoi discepoli dicendo: «Così anche voi». L’accento non va posto tanto sulla intransigenza del datore di lavoro, ma piuttosto sulla sua coerenza: egli si comporta secondo il suo ruolo sociale di proprietario, in diritto di esigere. Così al discepolo di Gesù non è richiesta tanto l’intransigenza ma la coerenza: chi segue Gesù deve aderire fino in fondo al carattere di servizio che comporta essere suoi seguaci. Tale adesione porta il discepolo al riconoscimento della sua “inutilità”.Su questo termine (servi inutili) tuttavia c’è da intendersi bene. Non è stato certamente inutile il servo che ha svolto i lavori affidatigli dal padrone, altrimenti questi non avrebbe avuto bisogno di nessun servitore, se avesse considerato la servitù superflua. Pertanto il servo, discepolo di Gesù, deve aver ben chiaro il senso di sproporzione tra la sua persona e colui che è chiamato a servire, tra le sue limitate capacità e il servizio che gli è affidato. Il termine “inutili” può essere considerato manifestazione di quel linguaggio paradossale che spesso Gesù usa per dare forza al suo insegnamento, come ha fatto nel nostro brano a proposito del gelso trapiantato nel mare.Noi siamo abituati a rapporti di lavoro ben diversi da quelli del tempo di Gesù e ringraziamo il Signore del progresso che ha portato a rivalutare adeguatamente la dignità della persona umana, però è certo che nei riguardi di Dio possiamo affermare con tutta tranquillità che Egli non ha “bisogno” di noi (in questo senso siamo “inutili”), ma che noi abbiamo bisogno di Lui e pur non avendo bisogno di noi, ci ha creati, ci ama, ci ha salvati e destinati a godere in eterno una gioia incommensurabile derivante dalla familiarità con Lui, ben diversa dal rapporto padrone-schiavo e che nella Bibbia è bene illustrata quando è rappresentata come un rapporto padre-figli, sposo-sposa, innamorato-innamorata.

Ultime Notizie di don Adelino Campedelli

Dio dei vivi non dei morti

XXXII Domenica del Tempo ordinarioIn quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Vedere Gesù e accoglierlo

XXXI domenica del Tempo ordinarioGesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Chi è giusto davanti a Dio

XXX domenica del tempo ordinario (anno C)In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Preghiera, perseveranza e fiducia

XXIX domenica del Tempo OrdinarioIn quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Ciò che vede l’uomo e ciò che vede Dio

XXVI domenica del Tempo Ordinario«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”»..