Ho un amico, un poeta portoghese da sempre legato alla vita dolce di Cuba, come la chiamava. Racconta della fame, quella vera, quella di cui si muore, soprattutto i più fragili, bambini e vecchi. Le autorità cubane che si erano sempre fatte un vanto di non abbassarsi “a tendere la mano”, due mesi fa hanno ufficialmente chiesto aiuto, e ottenuto, al World Food Program, il Programma alimentare mondiale. Al centro della richiesta sta la fornitura di “1 kg di latte al mese a bambine e bambini fino ai sette anni in tutto il paese”. Non è granché, come si vede. Si tratta naturalmente di latte in polvere: il latte fresco, oltretutto, è impossibile da conservare per le continue e prolungate interruzioni della corrente elettrica. Cuba assicurava un litro di latte ai bambini sotto quell’età, ma non è più in grado di farlo.
La penuria coinvolge la farina, dunque il pane, e anche lo zucchero. Il mio amico, che ha un’ironia amara, dice che perfino il tabacco non si raccoglie più, e i sigari sono un ricordo. L’ironia aveva i suoi precedenti: Pierre Salinger, già portavoce di John F. Kennedy, aveva raccontato un vivace episodio geopolitico del tardo 1961. Kennedy, solennemente: “‘Pierre, ho bisogno del tuo aiuto’. ‘Con piacere, quello che posso’. ‘Ho bisogno di un po’ di sigari’. ‘Quanti, Mr. President?’. ‘Circa 1.000 Petit Upmanns’. Sussultai – ricorda Salinger – ma seppi nasconderlo: ‘E per quando ne ha bisogno, Mr. President?’. ‘Per domani mattina’”. Salinger era anche lui un amatore di sigari cubani, conosceva i fornitori, ma dubitò di farcela, tanti e in poche ore. All’indomani, alle 8, si presenta alla Casa Bianca, e l’altro è in piedi che lo aspetta: “‘Com’è andata, Pierre?’. ‘Benissimo’. Mi ero infatti procurato 1.200 sigari. Kennedy sorrise, tirò fuori dal cassetto un lungo foglio e lo firmò immediatamente. Era il decreto che bandiva tutti i prodotti cubani dagli Usa. I sigari cubani erano d’ora in poi illegali nel nostro paese”.
Le cose comiche e quelle tragiche vanno volentieri assieme.
A Cuba, dopo le manifestazioni popolari contro il carovita – l’aumento proibitivo del prezzo di benzina e gas – e la penuria di beni essenziali, la repressione è stata durissima. Fra chi aveva protestato o anche solo ripreso e messo in rete le proteste, ci sono state condanne per “sedizione” fino a 15 anni e oltre – 30 anni, in qualche caso. L’emigrazione, direttamente negli Stati Uniti, dove i cubani ricevono un’accoglienza di favore rispetto agli altri latini, o mascherata da transiti “turistici” esosi in Nicaragua o altri paesi in affari, ha superato le cifre della fuga successiva alla vittoria della rivoluzione castrista. Un capitolo penoso è il reclutamento mercenario nell’esercito russo in Ucraina.
Penoso è stato anche, nel contesto attuale, l’ennesimo – il trentesimo – voto dell’Assemblea generale dell’Onu, lo scorso novembre, contro l’embargo Usa a Cuba: 187 paesi in favore della cessazione, due contro – Stati Uniti e Israele – uno astenuto –
l’Ucraina.Nel tracollo della vita civile e della stessa esistenza quotidiana, che fa immaginare un collasso del regime, “el bloqueo” resta l’argomento unico dietro il quale i capi di Cuba si trincerano. Lo fanno anche, dice il mio amico, con una inspiegabile ottusità, non celando e anzi spesso ostentando modi di vita sfarzosi, in un paese in cui lo stesso turismo è morto, e i grandi lussuosi alberghi dell’Avana non trovano il necessario a far da cucina agli eventuali clienti. Il mio amico dice che un embargo di sessant’anni ha talmente intorbidato e intossicato tutto, che l’apertura di Obama è dimenticata, e Washington tiene duro (compresa la designazione di Cuba come “stato che favorisce il terrorismo”) per l’eventualità che il collasso sia vicino, e il regime cubano bastona e imprigiona e spaventa la gente in nome dell’assedio – finché dura.
Il mio amico dice che non ha più il coraggio di nominare la dolce vita di Cuba, e che basta guardare negli occhi la gente, che era la sua ultima trincea, per vergognarsene.