Bruxelles. La Commissione di Ursula von der Leyen ieri ha iniziato a prepararsi alle ripercussioni della guerra di
Stati Uniti e Israele contro la
Repubblica islamica d’Iran, annunciando una serie di iniziative per proteggere gli europei dalle “conseguenze avverse” nei settori dell’energia, della sicurezza interna e della migrazione. Il lavoro inizierà subito con un’intensificazione del sostegno agli sforzi di evacuazione e rimpatrio dei cittadini europei bloccati in medio oriente. Sarà attivato il meccanismo di protezione civile dell’Ue e il Centro di coordinamento della risposta alle emergenze, ha annunciato la Commissione dopo una riunione del cosiddetto “collegio di sicurezza”.
Sull’energia, l’esecutivo comunitario convocherà già questa settimana una task force con gli Stati membri per valutare l’andamento dei prezzi e l’offerta di petrolio e gas naturale liquefatto. Di fronte alla minaccia di attentati pilotati dal regime iraniano, la Commissione ha annunciato
“maggiore vigilanza” e cooperazione con Europol e i governi nazionali. Sul rischio di una nuova ondata migratoria, l’esecutivo di von der Leyen ha annunciato un rafforzamento della preparazione con un monitoraggio più attento dei flussi e una cooperazione con i paesi di origine e transito. Von der Leyen ha anche confermato la sua linea a favore del cambio di regime a Teheran, che segnerebbe un cambio di passo dell’Ue, ma divide gli stati membri. La presidente della Commissione, come il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, sembra pronta a rinunciare alla sacralità del diritto internazionale per sostenere il lavoro sporco di Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Ma la fuga in avanti rischia di provocare una frattura interna all’Ue.
Domenica sera, prima di partire per Washington e incontrare Trump, Merz ha abbandonato la tradizionale posizione della Germania a favore del rispetto del diritto internazionale. “Le valutazioni sul diritto internazionale avranno relativamente poco effetto, tanto più se resteranno largamente prive di conseguenze (…). Di conseguenza non è questo il momento di fare la predica ai nostri partner e alleati, nonostante tutti i dubbi. Condividiamo molti dei loro obiettivi, senza essere capaci di realizzarli da soli”, ha detto il cancelliere tedesco. Anche Ursula von der Leyen, dopo un iniziale appello al rispetto del diritto internazionale sabato mattino, ha abbandonato questa formula nella sua comunicazione pubblica. La presidente della Commissione si è concentrata sulle condanne all’Iran per gli attacchi ai paesi della regione e sul sostegno al cambio di regime. “La sola soluzione durevole è diplomatica. E questo significa una transizione credibile per l’Iran, l’arresto definitivo dei programmi nucleari e balistici e la fine delle attività di destabilizzazione nella regione”, ha detto ieri von der Leyen: “C’è una rinnovata speranza per il popolo oppresso dell’Iran e sosteniamo fermamente il suo diritto a determinare il proprio futuro”. “Il rispetto del diritto internazionale e il cambio di regime sono i due temi più divisivi tra i ventisette stati membri”, spiega al Foglio un diplomatico dell’Ue. Nel fine settimana il premier spagnolo, Pedro Sánchez, ha esplicitamente condannato l’azione unilaterale di Stati Uniti e Israele. “De-escalation immediata, rispetto del diritto internazionale e dialogo per raggiungere e mantenere la pace”, ha ribadito ieri Sánchez. António Costa, il presidente del Consiglio europeo, che conduce le trattative tra i leader dei ventisette stati membri è rimasto silenzioso. Per il momento, Costa non intende convocare un vertice straordinario dei capi di stato e di governo perché le divisioni proietterebbero l’immagine di un’Ue impotente. Nella dichiarazione concordata all’unanimità dai ministri degli Esteri domenica sera non si fa menzione del cambio di regime. Il testo, per contro, contiene diversi avvertimenti agli Stati Uniti. “Il medio oriente rischia di perdere molto da una guerra prolungata”, ha detto l’Alto rappresentante, Kaja Kallas, a nome dei ventisette. “Gli eventi che si stanno verificando in Iran non devono portare a un’escalation che potrebbe minacciare il medio oriente, l’Europa e oltre, con conseguenze imprevedibili, anche in ambito economico. Diversi governi temono non solo le conseguenze della guerra di Trump, ma anche che il presidente americano possa cambiare idea all’improvviso sul cambio di regime.