Da qualche tempo, negli inviti ai party esclusivi, non usa più la dicitura “esclusivo”. Pare sia discriminante, escludente -ma dai? Beh sì, noi dentro e tutti gli altri fuori, il senso (e il bello) è sempre stato questo: sentirsi “una parte”, e non “il tutto”. Frivola illusione, certo; poi arriva la morte a livellarci tutti. Ma intanto che si è in vita, è una di quelle misere -e miserabili- strategie che la mondanità aveva abborracciato per sentirsi un pochino meno mortali. Ma adesso, per una sorta di correttezza politica, “esclusivo” è bandito, anzi, escluso. Per quale razza di cortocircuito mitomane gli eventi privati sono stati confusi con le occasioni istituzionali? Per esempio, durante l’ultima Mostra del Cinema, a Venezia, sono stato a una festa dove, a pochi giorni dalla morte di Giorgio Armani, nel bel mezzo dello sbicchieramento e del dj-set è stato chiesto dai padroni di casa “un minuto di silenzio per Re Giorgio”: come fossimo in diretta su Rai1 e non a un party sul Canal Grande con inespugnabile lista degli invitati all'ingresso. Fatto sta che ora le feste non sono più “esclusive”; semmai, “intime”. L'intimità è il nuovo requisito all'entrata di certi eventi: come se “essere intimi” fosse un concetto più inclusivo del precedente. Al contrario, a me sembra una dicitura che mette solo soggezione a chi vi prende parte: quando vado a una cena “intima” provo sempre disagio all'idea che una volta sul posto mi dovrò spogliare -e infine la delusione nello scoprire che no, si rimane tutti vestiti persino dopo il dolce. A parte la nudità che da sempre associo all'intimità, “una cerimonia intima” mi fa anche presagire un numero ristretto di partecipanti: che disappunto quando mi ritrovo in mezzo a centinaia di intimi! C'è troppa intimità, in questi party non più esclusivi. Propongo pertanto di ripristinare nel protocollo della mondanità un po' di sana esclusività; e di conservare invece l'intimità per contesti che siano realmente tali.