Leggo sul silenzio di
Pound per capire il silenzio di
Sgarbi. Riapro i “Cantos” e trovo un verso illuminante, “Tempus tacendi, tempus loquendi”, una citazione dell’Ecclesiaste. Poi riprendo in mano la raccolta di testi poundiani pubblicata da De Piante, opportunamente intitolata “E’ inutile che io parli”. Quindi ripasso le pagine in cui Piero Buscaroli racconta l’incontro con il grande poeta, guarda caso a Ferrara:
“Pound tutto scrutava, interrogava. E taceva”. La coincidenza mi entusiasma, accendo il motore e parto per Ferrara.
Arrivo davanti a un palazzo dove visse Ludovico Ariosto e dove so trovarsi Vittorio anzi Ezra, Ezra Sgarbi (la stessa parabola di Pound, dapprima polemista, infine taciturno). Nell’appartamento campeggia un graffito di Tullio Pericoli che rappresenta l’autore dell’Orlando Furioso. Forse ho capito. Ariosto non parla più, parla la sua opera. Analogamente, Sgarbi non parla più, parlano i suoi libri e la sua collezione.