I Maneskin sul palco dell'Ariston al Festival di Sanremo 2023 (foto Ansa)
Quando nel 1990 Riccardo Albini si inventò il Fantacalcio, portando in Italia, e adattandolo al calcio, uno dei passatempi degli appassionati di football americano, il Fantasy football, difficilmente si sarebbe immaginato che una gran parte degli italiani avrebbe un giorno fantasizzato quasi ogni cosa dello sport. Esiste il fantabasket, diversi tipi di fantaciclismo, il fantavolley. Ogni sport ha più o meno una sua fantasizzazione. E non solo lo sport.
Umberto Eco spiegò che “in un paese che per anni si è illuso di essere centrale per le sorti del mondo intero,[...] l'italiano ha iniziato a credere di non poter non essere protagonista in tutto quello che accade”. Umberto Eco si riferiva ad altro, al protagonismo di una certa parte, parecchio minoritaria, della vita della sinistra. Ma il ragionamento può essere esteso benissimo allo sport e a tutti i grandi eventi che occupano i discorsi degli italiani. E tra questi c’è sempre Sanremo, il festival che tutti dicono di non guardare ma che poi anno dopo anno fa record di share.
La moltiplicazione degli adepti del FantaSanremo è parte di questo protagonismo. Solo che mentre nel calcio e negli altri sport la fantasizzazione è qualcosa che riguarda solo i fantallenatori – a tal punto che c’è chi ha deciso di mollare tutto questo perché ormai diventato un qualcosa capace di rovinare pure la visione delle partite a causa del conflitto tra il tifo per una squadra e i giocatori che si schierano (che magari giocano contro la squadra per cui si fa il tifo) –, nel FantaSanremo questa ha acceso il protagonismo anche degli artisti in gara, volenterosi di far fare qualche punto in più a chi ha puntato su di loro, magari dicendo qualcosa che assegna un bonus. Il tripudio del narcisismo.
Perché nel FantaSanremo oltre alla posizione in classifica - come accade nel fantaciclismo - fanno punteggio anche ciò che si dice e cosa si fa. E si finisce che non si capisce più niente tra cosa è il Festival e cosa è la fantasizzazione di questo. Poco male in fondo. Soprattutto per Amadeus e per la Rai, adepti wildiani del “c'è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé”.