Senza utilizzare stilemi da antipolitica, è dinanzi a provvedimenti che entrano direttamente nella vita quotidiana di ciascuno che ci si chiede quale sia la reale differenza tra “la destra e la sinistra”: parlo del nuovo
codice della strada. Negli ultimi anni si è spesso detto che l’istanza “libertaria” si è spostata, per lo meno per quanto riguarda il discorso pubblico, da sinistra a destra. La crociata contro il cosiddetto politicamente corretto, o la spinta a favore della possibilità di dire liberamente le cose in un confronto democratico senza dover essere tacciato di essere un maschilista, nazista, fascista, negazionista, razzista, omofobo, ecc… sembrava essere diventato uno dei punti di forza della “destra”.
Ma il nuovo codice della strada travolge con un’istanza securitaria, sostanzialmente demenziale, qualsiasi “ordine del discorso”. Le parole rimangono parole se non messe a lavoro nella prassi delle politiche, e le politiche si mostrano esattamente contrarie alle istanze che pretendono di essere a parole.
Le auto, le moto, sono sinonimo di libertà, di affrancamento, di crescita, di autonomia individuale. Lo sa bene chiunque abbia provato il brivido di prendere la patente. Il mondo, improvvisamente, si apre e le sue possibilità si moltiplicano. Ma quando si moltiplicano le possibilità si moltiplicano, naturalmente, anche i rischi. Accelerare un po’ più del dovuto con la macchina, certo, anche rischiare, fa parte del meccanismo sotteso alla disciplina della libertà. Questo moralismo di stato applicato alla strada, già disgustosamente regolamentata, piena di occhiuti aggeggi pronti a denunciare ogni nostra piccola malandrinata, mostra una volontà di controllo da becera mentalità poliziesca. Vi è, dietro un simile codice, una mentalità da spioni sempre pronti a saltare fuori dalla siepe gridando “ah, ti ho beccato!”. Di fronte a questo codice della strada persino l’idiotico provvedimento dei 30 kmh in alcune aree delle nostre città risulta niente più che stupidino e vacuamente esibizionistico.
Ma dov’è
Marinetti, il suo inno alla velocità, alle automobili, dinanzi a questa destra trinariciuta e pateticamente repressiva?
Dov’è il futurismo, anto esibito in mostre strombazzate da mesi? Dov’è l’ammirazione per i razzi di Musk, per le sue macchine elettriche super veloci? Si pretende di scimmiottare
Trump, nel bene o nel male, eppure non si capisce l’istanza libertaria e antigovernativa che c’è alla base di una parte importante di quel movimento. O la centralità, in quello spirito americano inteso nel modo più alto, della cultura della macchina ossia dell’essere liberi di andare. Kerouac cantava “Whither goest thou, America, in thy shiny car in the night?”. Ecco, si potrebbe dire, Italia dove te ne vai nella tua smorta utilitaria in fila perenne dietro un anziano che guida con il cappello a 40 kmh e inveisce contro quelli che lo sorpassano sperando che si schiantino, o vengano bloccati da una zelante pattuglia, alla curva successiva? Un provvedimento del genere potrebbe essere apprezzato solo da un paese sclerotizzato e incattivito chiuso nel mito stantio e mortifero della sicurezza a tutti i costi.
Una nazione di pensionati eterni. Ma spero e credo che il paese non sia per niente così.
Come scriveva Antonio Martino “E’ arrivato il momento di riconoscere che se lo stato dovesse rendere obbligatorio quanto ritiene utile alla nostra salute e vietare quanto ritiene dannoso, la vita diverrebbe un incubo e della libertà individuale non resterebbe nemmeno il ricordo.”