L’evocazione di un asse Roma-Berlino di per sé fa un po’ ridere. Il motore franco-tedesco dell’Europa è sembrato per decenni, dalla fine dell’ultima guerra e dagli inizi della procedura che sboccherà trentacinque anni fa nella moneta unica, una seconda pelle della politica e della cultura prevalenti nel vecchio continente. Come, perché e fino a che punto qualcosa sia cambiato o stia per cambiare non è chiaro. I modi decisionali dell’Unione e la sua forza motrice sembravano eternizzati, e per ragioni storiche evidenti, nella rotta Parigi-Bonn, poi Parigi-Berlino dopo la riunificazione: furono loro i grandi nemici del Novecento, stava a loro ricostruire le condizioni della pace e di un’economia comune. Invece, nonostante l’esoterismo dei documenti e della chiacchiera euro, pare che nell’asse Roma-Berlino ci sia qualcosa di serio.
Monti difende sul Financial Times l’ortodossia europea classica, se non sbaglio. Dice che il mercato unico, vera risorsa per qualunque rilancio della competitività dell’Ue nel mondo, è dissestato per il mancato rispetto delle regole che si è dato e non per la loro ridondanza.
Meloni e Merz invece vogliono sfoltire e ridimensionare l’impianto regolatorio, che distrugge o danneggia fortemente l’apparato produttivo e industriale,
a partire dal Green Deal e dai suoi effetti sulla produzione automobilistica e affini (il cosiddetto automotive). Intendono rimettere all’onor del mondo gli aiuti di stato alle imprese nazionali e modificare la legislazione sui merger, sulle fusioni d’impresa, rimuovendo i freni inibitori che deprimono la capacità di competere in un nuovo ordine economico che discende in parte sostanziale da un nuovo ordine politico. Al cuore di tutto l’energia e il suo costo, il mercato dei capitali e del lavoro, formule di preferenza europea e spazi nuovi per il commercio internazionale con gli altri grandi mercati, la difesa e altre industrie strategiche, meccanismi istituzionali come la cooperazione rafforzata che incrinano la regola dell’unanimità e danno più potere di iniziativa agli stati. Il debito comune anche per finanziare l’innovazione tecnologica nel suo stadio più avanzato, l’Intelligenza Artificiale, è richiesto da Macron e da Draghi, negato da Merz, considerato da Meloni una buona cosa, in teoria, che in pratica divide e blocca tutto. Monti politicizza con abilità la sua posizione, dà per scontato che a Washington è in atto un esperimento di autocrazia e di unipolarismo incompatibile con la filosofia europea e denuncia come sudditanza ogni indugio nel denunciarlo. I documenti di base del seminario nel Castello sono frutto dell’iniziativa italiana, tedesca e belga, senza esclusivismi. Lo scopo dichiarato e comune, ma per vie diverse, è ridurre la dipendenza dell’Europa dall’America di Trump e dalle sue politiche.
Vedremo come va a finire o a incominciare. Dipende da un Consiglio Europeo di marzo in cui saranno convogliate le volontà politiche prevalenti e in certi casi dissimulate nel seminario del Castello. L’impressione è che il punto debole dell’attacco di Monti nel nome del vecchio mondo europeo sia questo. L’Europa che cerca una via statale, intergovernativa, fondata su nuove soluzioni sovrane da mettere in comune e sull’allentamento della gabbia normativa nasce in realtà, a parte i mutamenti del quadro internazionale con la seconda presidenza Trump e la guerra in Ucraina e il dispiegarsi della grande macchina tecnologica globale, dal superstato che è già alle nostre spalle: il QE o quantitative easing della Banca Centrale di Francoforte, all’epoca del whatever it takes, che forzò e incanalò con decisionismo politico gli esiti probabili di una crisi di mercato di ampie proporzioni, e l’emissione di un forte debito comune per fronteggiare le conseguenze della pandemia.