Il funerale-show di Casamonica: le ragioni di uno scandalo

Si doveva esigere almeno compostezza non certo richiamata dalla gigantografia del boss nelle vesti del papa-re

Giampietro mons. Mazzoni
|10 anni fa
Il funerale-show di Casamonica: le ragioni di uno scandalo
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Confesso che il primo pensiero alla vista del discusso corteo funebre organizzato a Roma per le esequie del capo clan Vittorio Casamonica mi ha riportato ad un ricordo dell’infanzia: i miei nonni portati anch’essi al camposanto su un carro. Non era certo un cocchio borbonico, ma una carretta traballante trainata da un vecchio ronzino con la faccia, anche lui, da funerale.Ma la seconda reazione di fronte al funerale-show del boss di Roma non aveva nulla di nostalgico e agreste. Si trattava di una ostentazione sfacciata di potere da parte di un clan notoriamente malavitoso che, strumentalizzando un evento comunque degno di rispetto come la morte, ha voluto dare un segnale inequivocabile di presenza e di dominio sul territorio. Lo stesso Osservatore Romano, solitamente riservato e moderato nel linguaggio, non ha esitato a definire “uno scandalo” e una esibizione “chiassosa e volgare” il funerale del capo clan. Non credo che la reazione negativa sulla vicenda possa essere ridimensionata dal pretestuoso ricorso alle tradizioni rom.Sulle esequie-show si è detto e scritto di tutto e di più, non senza strumentalizzazioni anche ideologiche e politiche. Qui si vorrebbe proporre una breve riflessione a partire dal prevedibile riferimento mediatico ad una presunta acquiescente connivenza da parte della chiesa che ha celebrato le esequie religiose del Casamonica. Allusioni rese più pungenti dalla fortuita circostanza che si trattava della stessa chiesa parrocchiale di Roma, San Giovanni Bosco al Tuscolano, che alcuni anni fa, nel 2006, aveva rifiutato di celebrare il funerale religioso di Piergiorgio Welby, che volontariamente aveva chiesto e ottenuto che si interrompessero le terapie di sopravvivenza.Di fronte a questa duplice situazione, almeno a prima vista contraddittoria, è giusto chiedersi quale sia la posizione della Chiesa al riguardo.È noto come in passato le norme canoniche prevedevano regole molto rigorose e severe in ordine alla concessione o al rifiuto delle esequie religiose. Ad esempio era esplicitamente escluso il funerale religioso per i suicidi che in modo consapevole e deliberato si fossero tolti la vita. Analogamente risultavano precluse le esequie cristiane agli scomunicati, ai deceduti in duello, a coloro che intendevano essere cremati, ai pubblici peccatori. Tra questi ultimi erano annoverati i “concubini”.La disciplina vigente oggi nella Chiesa, pur non escludendo la possibilità di vietare il funerale religioso in alcuni casi particolari, parte da presupposti dottrinali che accentuano altri valori. In particolare il rito delle esequie non viene inteso né come una preventiva “beatificazione” del defunto né come un giudizio anticipato della giustizia divina, ma piuttosto come un affidare alla sua misericordia infinita qualsiasi esistenza umana, anche la più discutibile e moralmente inaccettabile. Come giustamente affermava il parroco della parrocchia incriminata: “Per celebrare un funerale in chiesa non chiedo la fedina penale del defunto”.Ciò non toglie – ed è l’unica preclusione prevista dal vigente Codice canonico – che lo scandalo che può suscitare nel popolo di Dio una fastosa e chiassosa celebrazione delle esequie di un personaggio notoriamente dedito al malaffare e ad attività criminose, richieda da parte della Chiesa di esigere quanto meno la compostezza, la riservatezza e il silenzio. A tale compostezza non richiamava certo la gigantografia appesa alla facciata della chiesa che rappresentava il boss nelle vesti di un papa-re. Si spera quanto meno che il celebrante nell’omelia, più che sui “meriti” del defunto, abbia richiamato con forza e decisione i valori della giustizia e della legalità.Questi stessi principi forse avrebbero potuto condurre a scelte diverse per dare in quella stessa chiesa l’ultimo saluto cristiano a Piergiorgio Welby. Il popolo di Dio non ne sarebbe stato scandalizzato.

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