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Corrispondenze letterarie

Tre francesi affascinati dai nostri scrittori. Ebraismo e crisi del soggetto

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Tre francesi affascinati dai nostri scrittori. Ebraismo e crisi del soggetto
Foto LaPresse
Nel suo nuovo saggio intitolato “Portraits étrange(r)s” (Edizioni dell’Orso), Francesca Dainese, ricercatrice in Letteratura francese contemporanea presso l’Ateneo di Padova, tenta di mettere in nuce il rapporto complesso e ambivalente che sono stati capaci di intrattenere scrittori del calibro di Georges Perec, Romain Gary e Patrick Modiano con la parola altrui, nello specifico con quella di tre dei nostri più grandi autori del secolo passato: Italo Svevo, Luigi Pirandello e Cesare Pavese. Specialista di tematiche identitarie e della loro presenza nella letteratura francese e in quella italiana, così come di scritture post-Shoah e del binomio ebraismo-scrittura, Dainese dà a questo lavoro un taglio critico-comparatistico di buona caratura, che procede con esempi e citazioni tratti dalla storia culturale e letteraria dei due paesi in questione.
Da questi brevi ma essenziali ritratti, i “portrait” del titolo, veniamo a conoscenza della fascinazione che avrebbe colto il trittico di scrittori francesi verso le produzioni culturali della nostra penisola, testimoniate dalle correspondances e dalle notes de journal lasciate sparse qua e là e in seguito raccolte da critici scrupolosi – anche se la maggior parte di questi riferimenti è stata dettata dalla volontà da parte dell’autrice di smascherare quei giochi intertestuali e quei riferimenti indiretti che costellano la galassia artistica e intellettuale di questi tre autori. Si tratta infatti, come nota Dainese nell’introduzione, di riconsiderare le filiazioni identitarie attraverso il prisma dell’intertestualità e della crisi del soggetto autoriale, elementi apparsi nel momento storico di caduta delle certezze verificatosi all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale.
In un capitolo centrale del libro, è interessante apprendere come Perec sia stato influenzato da Svevo per il suo racconto L’homme qui dort, e forse per altri; è infatti nel solco della psicoanalisi freudiana che i due agiscono nei loro scritti, mostrandosi al lettore in un rapporto di amore-odio con l’ebraismo, altro elemento preponderante di queste due eclettiche figure. Cripto-ebrei entrambi, ossia capaci di esprimere la propria appartenenza ebraica in modo ironico e ambiguo, sembra che Perec abbia molto apprezzato La Coscienza di Zeno, tanto da scrivere spesso nei suoi diari del portato realista e autobiografico che questo originale romanzo uscito nel 1923 riuscì a inaugurare. E come succede anche per Kafka e Joyce, siamo ancora in una fase in cui l’ebreo deve nascondersi o mascherarsi, poiché è il giudizio dell’antisemita a costituirne l’essenza, privandolo delle sue qualità positive e del suo diritto di esistere. Cambiamento del proprio nome, conversione e assimilazione, sono questi gli elementi che accomunano in fondo Perec e Svevo, e da cui il primo ha tratto linfa vitale per la sua opera, sebbene lo scrittore francese risenta dei traumi della Shoah dai quali Svevo non è stato al contrario colpito. Ma questo è comunque quanto basta per farceli apprezzare ancor di più.

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