Io avrei avuto bisogno di un po’ di incoraggiamento, un po’ di gentilezza, di qualcuno che mi lasciasse un po’ aperta la mia strada: invece me la sbarrasti, sicuramente con le migliori intenzioni, quelle di farmene imboccare un’altra. Ma io non ero capace.
Alberto Pellai è un medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva, e in questo libro ha messo anche la sua esperienza di figlio e di padre di figli maschi (e di figlie femmine).
Ha esplorato il nuovo mondo delle relazioni e della crescita, partendo dalla prima infanzia, e cerca di parlare direttamente agli
adolescenti in questi anni difficili, delicati e dolorosi. Crescere è doloroso, fa più male di quanto abbiamo la forza di ricordarci, e fa male a ciascuno in modo diverso, per intensità e per capacità di esprimerlo o di affrontarlo. Pellai parla direttamente ai ragazzi di amicizia, sessualità, videogiochi, dipendenze e lacrime. “Per esempio, noi maschi cresciamo convinti che
la peggior maledizione che ci possa capitare è che qualcuno ci veda piangere in pubblico”. Pellai racconta di sé, di quella volta che in prima superiore i ragazzi di quinta lo rinchiusero in un armadio di metallo, e inserisce i pensieri di adolescenti che ragionano su che cosa significa essere un maschio. E’ più facile crescere nei panni di un maschio o di una femmina? Il corpo che cambia mette ansia? L’emozione si può esprimere o bisogna fare finta che stia andando tutto alla grande? E come si parla di ragazze? “Un giorno, un ragazzo, parlandomi dei suoi successi da Dongiovanni, mi ha detto: ‘Io ne ho già stese almeno dieci’”. Aveva appena compiuto quattordici anni.
Gino Cecchettin, che si è fatto carico, non solo da padre ma da uomo, della necessità di un cambiamento nelle parole, nelle relazioni e nel potere, ha scritto nell’introduzione a questo piccolo saggio che da ragazzo si buttò a capofitto su un titolo misterioso, “Tutto sul ragazzo”, perché trattava temi che a casa sua erano tabù. Ma era un libro oscuro e tecnico, e quindi i tabù restavano tabù. Non credo che ci sia una ricetta, non credo che ci siano risposte adatte a tutti. Però questo “parlarne sempre” è un modo di cominciare a mettersi in ascolto.
Il padre di Kafka si è trasformato, è cambiato, è diventato un padre molto più capace di entrare in contatto con un figlio (maschio o femmina), ma le categorie, pur superate dalla realtà, sono ancora quelle vecchie. E poi ci sono i cromosomi e c’è la nostra programmazione genetica. E c’è la nonna che abbraccia e il nonno che sta in piedi, in disparte, e guarda. Ci sono tante differenze. Tanti movimenti. Nessuna certezza, tranne che stare vicini ci salva.