L’economia veronese sta mutando ma non sa cosa farà da grande
È ancora assente una strategia sinergica per valorizzare un territorio a vocazione turistica
Giorgio Mion
|10 anni fa

In uno scenario incerto che si prolunga ormai da oltre 7 anni e con lo spettro – paventato dalla Confindustria pochi giorni fa – di una “stagnazione secolare”, il mercato interno ha bisogno di fiducia. Ciò che il Governo sta facendo, soprattutto per bocca del suo ministro dell’Economia, credo vada in questa direzione: amplificare piccoli segnali di ripresa per generare un clima positivo nel Paese, magari non scevro di effetti politici positivi nel breve periodo. Tuttavia, appare presto per “cantare vittoria”: come molti acuti osservatori hanno fatto notare già agli albori della crisi, non ci troviamo in una congiuntura fisiologica, bensì in una vera e propria crisi che non può riportare la situazione allo stato pre-2008 senza alcuni paradigmatici cambiamenti strutturali. D’altra parte, sarebbe preoccupante – da un punto di vista economico, oltreché sociale ed etico – se l’economia uscisse dalla crisi senza aver imparato alcune “lezioni” importanti, che la potranno salvare da nuove, dolorose crisi future.A Verona gli effetti della crisi sono stati parzialmente attenuati, perché si sono inseriti in un contesto particolare: il nostro territorio, per vocazione e per scelta, ha da molto tempo intrapreso una strada di profonda differenziazione delle proprie attività economiche, senza legare eccessivamente le proprie fortune ad un solo settore, con tutti i rischi che ciò avrebbe comportato (come accaduto per altri sistemi territoriali quasi “mono-settore”). Inoltre, alcuni comparti economici storicamente radicati nel territorio hanno subito molto meno la crisi: si pensi, ad esempio, all’agroalimentare ed al vitivinicolo.Anche i dati medi relativi alla ricchezza pro-capite disponibile appaiono decisamente al di sopra della media nazionale e, spesso, anche della regione Veneto, in particolare in città ed in alcune specifiche zone della provincia (Valpolicella e Lago veronese). Positivo è, poi, il dato sugli occupati, sia nel raffronto con i dati nazionali e regionali, sia esaminando il trend in controtendenza nel 2013 e 2014 rispetto al resto del Paese. Nondimeno, alcuni dati non vanno trascurati: ad esempio, dal 2010 in poi, il numero dei fallimenti nella provincia è raddoppiato rispetto ai dati degli anni precedenti, addensandosi, in particolare, nei settori manifatturiero e delle costruzioni, tanto che in quest’ultimo si concentrano circa un quarto dei fallimenti annui. Inoltre, il numero delle imprese attive è costantemente calato a partire dal 2010, evidenziando un complessivo saldo negativo tra cessazioni e nuove costituzioni di quasi il 12%, alla fine dello scorso anno. Ci sono poi alcuni casi – non numerosi, ma significativi – di crisi aziendali che hanno prodotto licenziamenti e l’impoverimento del settore manifatturiero.Tutto questo dice di un territorio che sta sommessamente cambiando e che non ha ancora individuato appieno la sua vocazione, non mettendo a frutto tutto il proprio potenziale di sviluppo. Penso, in particolare, all’esigenza di puntare fortemente all’istruzione e alla formazione, fattori unanimemente considerati propulsivi di crescita imprenditoriale, o, ancora, all’assenza di una strategia sinergica per la valorizzazione di un territorio a vocazione turistica e di produzioni d’eccellenza (piuttosto che, ahimè, edilizia come è stato nei decenni scorsi ).Inoltre, mi pare vi sia la necessità di uno sforzo di creatività nella direzione dell’innovazione sociale, oltreché tecnologica: i modelli tradizionali di impresa, anche a Verona, potrebbero essere arricchiti da esperienze innovative che conciliano la capacità di stare sul mercato con una rinnovata attenzione verso il sociale e l’inclusione… Qualcosa di importante già si sta facendo. La cultura d’impresa rischia di impoverirsi se non è aperta socialmente ed eticamente: Verona ha bisogno di mantenere le “porte aperte”, per non fare dei suoi timidi successi una rischiosa trappola autolesionista.

