Il tentativo disperato di Crosetto di far ragionare Travaglio ad Atreju

Marianna Rizzini
|1 mese fa
Foto ANSA
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Settima giornata di Atreju, festa meloniana nei giardini di Castel Sant’Angelo. Settima giornata e doppio match: da un lato dell’albero di Natale tricolore c’è Marco Travaglio, direttore del Fatto, che intervista il ministro della Difesa Guido Crosetto (e a tratti, si vedrà, ne finirà intervistato, nel senso che Crosetto a un certo punto si metterà lui a fare le domande); di là, invece, oltre gli arrosticini, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, espressione di leghismo mite, dibatte di crescita, bilancio, oro e Bce, in apparentemente cordialissimo scambio con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, espressione di melonismo duro e puro. Qualche battuta e qualche minuetto si fa strada, per la verità, per esempio quando Giorgetti saluta dallo schermo Fazzolari (“lo vedo lì come esperto di politica economica… auguri”) o quando Fazzolari a fine dibattito cita il ministro “l’avanzo primario, come diceva Giorgetti, è anche una questione di impegno morale che questo governo si è preso”.
Di là, invece, il divo mediatico Travaglio, applaudito dal pubblico, duetta con l’antidivo Crosetto, interrotto dai “bravo” che dalla platea esplodono in risata quando, per spiegare in parole povere il concetto di “deterrenza”, il ministro racconta di essere cresciuto “pacifico” anche per via dell’indubbio vantaggio fisico: facile essere calmo, gli diceva suo fratello, di trenta centimetri più basso, quando gli altri hanno paura a minacciarti. Travaglio inanella, in crescendo tragico, le parole pre belliche pronunciate da vari leader di partito e di governo occidentali, e da alti funzionari come il segretario generale Nato Mark Rutte, passando per il ministro degli Esteri azzuro Antonio Tajani che, dice Travaglio, evoca il futuribile ponte sullo Stretto come via di possibile evacuazione in tempi bellici. E la domanda per Crosetto è: ci dicono che dobbiamo prepararci a uno scenario di guerra come quello vissuto dai nostri nonni, non sarebbe il caso di chiarire la “narrazione terrorizzante”? “Grazie per la domanda”, dice Crosetto, “lei ha citato molte dichiarazioni ma non ne ha trovata neanche una mia che evocasse la guerra in questi termini, perché il mio compito è evitarla, la guerra, e costruire la possibilità di difenderci… e le faccio io allora la domanda, Travaglio: quello che accade la rassicura?”. Ma è quando il direttore del Fatto evoca “l’ossessione per le fake news” russe presente in alcuni settori della maggioranza, che l’applauso inaspettatamente lo premia. Crosetto insiste sui missili che Mosca continua a lanciare mentre si parla di pace, si allarma per la Cina arrembante e dice che nel processo di pace per Gaza e Ucraina non bisogna inseguire il “nero o bianco” ma attaccarsi alla più piccola sfumatura di grigio. Chi è il bullo, è il punto.
E se Travaglio parla di Nato che “per anni ha provocato” il pur bullo Vladimir Putin, Crosetto risponde evocando un altro parente stretto, suo figlio, che un giorno, minacciato da un compagno, l’ha affrontato malamente ma, avendo preso uno schiaffo in risposta, ha poi deciso di trattare. Ma Matteo Salvini che cosa farà sul decreto armi, chiede Travaglio? “Mi trattano tutti come fossi il suo psicologo”, sorride il ministro. Intanto, nell’altra sala, un pacatissimo Giorgetti parla di “fiducia” che “si conquista ogni giorno”. Poliziotti buoni o cattivi che siano in realtà, Palazzo Chigi e il Mef vengono narrati da Fazzolari come paradisi di concordia dove ci si può “permettere” di essere impopolari, avendo riconquistato appunto la fiducia (la bestia nera retrospettiva sono i governi Conte). “Non lasceremo un euro di debito pubblico da noi creato alle prossime generazioni”, assicura un Giorgetti in modalità “orgoglio”. Momento orgoglio anche per Fazzolari: “La narrazione secondo cui si può comprare il consenso degli italiani con politiche scellerate è falsa: il governo lo ha dimostrato”. Nel frattempo Travaglio e Crosetto si congedano, con applausi sull’invettiva del ministro contro gli “schifosi” che hanno accusato lui e la premier di genocidio. Fuori esplode la notte al vin brulè, accanto all’enorme orso-Babbo Natale di lampadine gialle.

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