Jimmy Lai, come molti altri cittadini di Hong Kong,
si batteva per la libertà e l’autonomia dell’ex colonia inglese. Quando la leadership cinese ha deciso di intraprendere
la via della repressione, ha chiuso il suo giornale simbolo di quella battaglia,
l’Apple Daily, ha arrestato i giornalisti, i dipendenti e l’editore.
Da oltre 1.600 giorni Jimmy Lai è considerato uno dei prigionieri politici simbolo della repressione del Partito comunista cinese. In una conversazione nella sede romana del Foglio, il figlio Sebastien Lai non nasconde la speranza: qualche giorno fa Trump ha detto che avrebbe sollevato il caso con Xi Jinping, durante
il loro primo bilaterale dal suo ritorno alla Casa Bianca. Il processo contro Lai a Hong Kong è finito un paio di mesi fa, i giudici – scelti dal governo locale, a sua volta scelto da Pechino – dovranno presto emettere un verdetto: “
Penso che questo sia il momento in cui la pressione internazionale è davvero cruciale. E’ una vera finestra di opportunità”, dice Lai. Ora o mai più: “Mio padre sta per compiere 78 anni e la sua salute sta peggiorando. Durante tutto questo tempo è stato in isolamento, da solo in una cella. La sua religione è molto importante per lui, e grazie alla sua fede cattolica, grazie a Dio, è ancora forte mentalmente e spiritualmente, ma fisicamente si sta spegnendo. Questo è davvero il momento decisivo.
Non so quanto tempo gli resti ancora in quelle condizioni”.