Ogni anno, i giorni prima della
Milano-Sanremo, sono il momento del battibeccare tra chi vorrebbe una Classicissima diversa (
e sì che diversa lo poteva essere sin dalla prima edizione, ma per quattro soldi non è stato così) e degli entusiasti della Sanremo com’è. Ogni anno, il giorno della Milano-Sanremo, arriva il momento nel quale chi vorrebbe una Sanremo diversa e chi l’ama così si ritrovano seduti su un divano, o a bordo strada, e se ne fregano, per una mezzoretta, di giudizi e pregiudizi. Capita di solito all’imbocco della Cipressa. Da lì a Sanremo mancano poco più di ventisette chilometri. E in quei poco più di ventisette chilometri non ci si capisce granché, quasi nulla. E si riesce a cambiare una certezza dopo l’altra sul possibile vincitore, perché ogni allungo sembra quello buono, ogni azione sembra quella giusta per arrivare prima degli altri al traguardo.
Chilometri nei quali spesso i piani preparati con cura nei giorni precedenti vanno a farsi benedire. E quando va così, cioè spesso, appare di solito un castigamatt che lì non dovrebbe starci, un velocista che chissà come è rimasto appeso ai filibustieri della salita e frega tutti. Uno tipo Jasper Philipsen, che al mondo è il velocista più forte, e che ha rincorso su e giù dal Poggio, ma che ad attraversare la linea d’arrivo della Milano-Sanremo è stato il primo.
Quello della UAE Team Emirates oggi era un buon piano, un'ottima idea da inseguire. La squadra emiratina aveva imbastito una tavola imbandita per Tadej Pogacar, aveva preparato un gustoso banchetto, salvo poi trovarsi senza camerieri per servirlo. Sulla Cipressa davanti a tirare dovevano essere in tanti ad alzare la velocità e, di conseguenza, a eliminare uno dopo l’altro i più veloci e quindi meno resistenti alle fatiche della salita. La Sanremo non può vantare nel percorso ascese con pendenze importanti, per questo serve ostinazione e gente totalmente dedita alla causa altrui. Gente che Tadej Pogacar ha a fianco, e parecchio buona, ma che, per una ragione o per l’altra, si è ritrovata con le gambe messe male nel momento nel quale invece avrebbero dovuto girare a meraviglia.
Dispiace. Soprattutto capita.
Jasper Philipsen è stato il più veloce di tutti a Sanremo. Al solito verrebbe da dire, perché in giro ce ne sono ben pochi che lo possono battere in volata. Di più del solito perché giù dal Poggio s’era trovato lì dove non si era mai trovato, ossia tra i primissimi. Il belga è uomo che si evolve in continuazione, che sta diventando un ultravelocista, capace di fregarsene di qualsiasi avversità, appaia sotto forma di pavé (
l’anno scorso fu secondo alla Parigi-Roubaix) o di salita. Quando vede uno striscione di arrivo recupera scorte di energia extra e si mette alle spalle chiunque, anche perché avere un corridore come Mathieu van der Poel a fare il lavoro sporco non è da tutti.
Anche un corridore come Michael Matthews che vede passare gli anni ma non ingolfarsi le gambe. Non c’è corsa che l’australiano non ha rischiato di vincere, un po’ meno quelle che ha vinto, ma non è un problema in realtà. O almeno non lo è per chi, stagione dopo stagione, lo dà sempre per disperso salvo poi vederlo apparire sempre nel momento giusto, l’unico che serve, ossia nei chilometri finali, quando l’arrivo è vicinissimo.