“Elkann vende i giornali e lascia l’Italia, anche per tenersi lontano dai magistrati”. Parla Carlo De Benedetti

Salvatore Merlo
|1 mese fa
Foto Ansa
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La Repubblica venduta da John Elkann ai greci. Tutto questo perché? Carlo De Benedetti, l’Ingegnere, la dice chiara: “Anche per tenersi lontano dai magistrati. Vende i giornali per partirsene via dall’Italia”. Per ventidue anni editore del gruppo Espresso, gran torinese, De Benedetti spiega che l’impero Elkann non è la prosecuzione della dinastia Agnelli: è la sua liquidazione. “La Fiat, la Juve, la Ferrari. Dopo questa faccenda di Repubblica sarà difficile per lui in Italia. Non ha consensi. Non è amato”. E allora il nipote dell’Avvocato, l’erede della famiglia che ha fatto la storia d’Italia, dice l’Ingegnere, ha già pronto il piano: andarsene. “Si trasferirà a New York. E’ cittadino americano di nascita. Appena finita questa storia dei giornali, parte. A Torino è già ai servizi sociali, come Berlusconi a Cesano Boscone”.
E a questo punto la voce di Carlo De Benedetti cambia ritmo: rallenta, si fa quasi narrativa. Non è più un giudizio: è il racconto di un uomo anziano e assestato, sempre tagliente, che osserva tutto da una collina delle Langhe piemontesi. A Dogliani c’è un sole sottile, dice l’Ingegnere, il tipo di luce che inganna: “Sembra caldo, invece ci sono sei gradi”. Faceva freddissimo anche a Torino, il giorno della morte di Gianni Agnelli, il 24 gennaio 2003. “Quello che rendeva Agnelli ‘Agnelli’ era l’essere amato. E ammirato. L’Avvocato era forse l’uomo più popolare d’Italia”. Perché essere amati non è un ornamento del potere, dice De Benedetti: “E’ una parte dell’ingegneria che lo regge, il potere”. Senza quella quota di riconoscimento collettivo, anche l’imprenditore più abile, o l’erede di una grande fortuna famigliare, diventa un amministratore provvisorio. Sottoposto ai pericoli. “L’ammirazione, la benevolenza degli altri, sono un capitale”. Non figurano nei bilanci, ma determinano tutto il resto. “La notte prima dei funerali di Gianni Agnelli quattrocentomila torinesi salirono sul tetto del Lingotto per salutarlo. Quattrocentomila! Si rende conto? Metà della città”.
Unire potere e popolarità era il talento dell’Avvocato, dice De Benedetti, che era amico e compagno di gioco di Umberto Agnelli sin da bambino. Lui che quella “casa Agnelli” l’aveva frequentata fino a diventare amministratore delegato della Fiat nel 1975. “John Elkann tutto questo non ce l’ha nel repertorio, non ci ha nemmeno provato a farsi ben volere. E oggi se cammina per le strade di Torino non lo saluta più nessuno”. Gli strumenti della popolarità erano la Fiat, certo. Ma anche la Juve, oggi talmente in crisi che Giampiero Mughini dice che “dovrebbe cambiare nome”, e poi la Ferrari che non ha vinto nemmeno un gran premio nel 2025, e ovviamente i giornali: “I miei figli, Marco e Rodolfo, vendettero a Elkann quello che allora era il più grosso gruppo editoriale della sinistra che esisteva in Europa. Un colosso frantumato, indebolito, e infine venduto a pezzi”. Carlo Calenda dice che Elkann comprò Repubblica per comprarsi il Pd e la Cgil. “Bastava tenerlo in piedi quel gruppo. Senza toccarlo. Senza mai chiedere niente”.
E coi giornali polverizzati, la Juventus periclitante, la Ferrari perdente, la Fiat delocalizzata, ripete De Benedetti, “vedrete che se ne andrà anche lui. Ha problemi con la giustizia. Metterà un oceano tra sé e i pm italiani. D’altra parte è già ai servizi sociali”. Per la vicenda dell’eredità di sua nonna, Donna Marella. “Fa il tutor per ragazzi problematici. Ma sarebbe lui ad aver bisogno di un tutor. Tutto quello che ha toccato lo ha rotto”.
Eppure i soldi li ha fatti, eccome. Exor sta benissimo. Elkann è ricchissimo. Forse più ricco di quanto non fosse dopo la morte di quel grande nonno che fu re borghese d’Italia. Deve pur averlo un talento, questo distruttore di mondi. O no? “E’ bravo negli investimenti finanziari”, taglia corto De Benedetti. “E’ bravo quando non deve gestire nulla. Fa soldi vendendo. E investendo nel web”. Cita un esempio: Via, azienda israeliana oggi nel portafoglio Exor. “Un’azienda fantastica che gli ha fruttato tanto. Ci ho investito anch’io: software per gli autobus nelle città”. Poi torna al punto, l’Ingegnere: “Una volta fatto l’investimento, John non sa far fare fortuna alle aziende. Le dico solo che, a un certo punto, aveva messo la stessa persona a occuparsi sia della Juventus sia di Repubblica. Uno che non capiva nulla, né di pallone né di carta. Quale qualità aveva costui? Era stato compagno di classe di John, non so se alle elementari o alle medie... Sa qual è la fortuna del Corriere della Sera?”. Lo dica lei. “Che a Elkann fallì la scalata. E ora lì c’è Urbano Cairo che è bravissimo. Quello che è successo a Repubblica sarebbe accaduto a loro, al Corriere”.
C’è stato un momento in cui De Benedetti aveva ipotizzato di ricomprarsela, Repubblica. “Ora va a un greco amico della Meloni. Sembra una barzelletta noir”. Allora gli si chiede se ci pensa ancora a riprenderselo il suo vecchio caro giornale. “Io? Ma lo sa quanti anni ho adesso? Ne ho novantuno”. E pronuncia questo numero, novantuno, con un tono che non è rinuncia, ma misura. “Ho la testa lucida, ma queste non sono più avventure per me”. Tifa ancora Juventus? “Sempre. Purtroppo. Con dolore”.
Poi arriva il rumore lieve dei suoi cinque cani, che si agitano ai piedi della poltrona mentre parla al telefono. E in questa scena domestica si capisce che l’ingegnere non cerca più rivincite: conserva solo la libertà di dire le cose come stanno. Secondo lui. “Elkann se ne andrà a New York, aspettate e vedrete”.

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