Le manifestazioni di piazza e l’acceso dibattito dentro allo Yuan legislativo, il Parlamento di Taiwan, non sono bastati a fermare l’approvazione, l’altro ieri, di una legge molto controversa nel paese. Il Parlamento monocamerale taiwanese, controllato dall’opposizione, ha fatto passare un pacchetto di norme che limita i poteri della presidenza e dell’esecutivo, dando molto più potere ai legislatori che potranno bloccare, per esempio, l’aumento delle spese per la Difesa oppure convocare e fare domande, sotto giuramento, praticamente chiunque, anche il presidente.
Secondo i critici, la legge sarebbe un favore a Pechino, e l’avvicinamento a una forma di controllo da parte della Repubblica popolare cinese della democrazia taiwanese: da una settimana alla presidenza di Taipei si è insediato Lai Ching-te, del Partito democratico progressista (Dpp) che governa il paese da otto anni, ma allo Yuan legislativo, la maggioranza è formata dal partito nazionalista, il Kuomintang, e dai suoi più piccoli partiti alleati. La loro prima azione parlamentare è stata la proposta di questa legge. I dubbi sulla norma vengono anche dai mesi di campagna elettorale, durante la quale la leadership del Kuomintang ha viaggiato spesso verso Pechino e ha cercato di proporsi come la forza politica più “vicina” alla Repubblica popolare, in contrasto con il Dpp che vuole rafforzare l’alleanza di Taiwan con i paesi “like-minded”, quelli democratici, l’America in primis.