C’è un apologo buddista intitolato “La città fantasma”. Un gruppo di persone ormai stremate dalla fatica del viaggio sta per capitolare ma la guida fa apparire davanti a loro una città in lontananza per rinfrancare la spossatezza fisica e psicologica in cui sono caduti dopo giorni di marcia. In Smara, succede l’esatto contrario. La città attesa è sempre procrastinata. E la guida di questo viaggio nel deserto è decisamente meno illuminata: beve per primo l’acqua e spesso si riserva le condizioni migliori di viaggio e sosta.
Per fare il paio con il racconto da cui sono partito, Antoine de Meaux, che ha scritto e documentato filmicamente questo percorso, intitola la sua introduzione “Smara, città delle nostre illusioni...” e ammette “La Smara raggiunta da Michel Vieuchange il 1° novembre 1930 è la più povera delle conquiste”. E povero (e doloroso) è anche il viaggio ma il mito della città-oasi nel deserto marocchino sembra giustificare il racconto di Michel (e i buoni uffici del fratello Jean per cercare di dare a questi carnets visibilità).
Smara: carnets de route de Michel Vieuchange, titolo originale dell’opera qui tradotta da Leopoldo Carra, racconta la vicenda di un viaggio nel deserto in maniera pedissequa anche se mai vuota: “Ieri, partenza verso le 5. Marcia fino alle 8. Pianura. Sabbia. Fatica come piacere. I passi: sforzi bruschi per sollevarsi – e si inciampa su un sasso. Continuare. Andare avanti. [Quello che conta:] non la stanchezza, ma la strada fatta. Tra cinque giorni Smara”.
L’andare verso è fatto di piaghe non cicatrizzate e dolori, travestimenti (da donna berbera) per scampare agli agguati.
Ma c’è una ragione altra dietro questo proseguire nonostante tutto e Michel la annota in preghiera: “Perché sei tu che bisogna raggiungere, tu, il luogo che, calcato, dà ai passi che vi sono diretti un valore duraturo. Tu sola conferisci allo sforzo – giacché noi possiamo imprimere il nostro nome sulla tua terra – la sua autorità, il suo profilo definitivo, lo fai passare dall’ancora informe alla forma, bella per ognuno di noi”. La meta qui non è il mezzo ma il fine (“Penso a quanto è bella questa impresa di Smara (…) al peso che darà alle nostre vite”), la soddisfazione dell’arrivo.
Cosa sarebbe dunque successo se Michel Vieuchange non fosse morto a Smara meno di un mese dopo ma due giorni prima dell’arrivo? E, poi, possiamo dire che Smara è la cronaca di un martirio rituale per via esplorativa, celebrato per via narrativo-filosofica?