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Il miracolo-Leicester nel calcio ha pure un “cognome” italiano

C’era una volta il Cagliari di Gigi Riva e il Verona di Bagnoli e, dopo, la Sampdoria di Mantovani: piccole al potere, capaci di vincere con mezzi meno cospicui dei club metropolitani, ma con un carburante dal valore inestimabile: la fame dei giocatori e la passione incredibile dei loro sostenitori...

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C’era una volta il Cagliari di Gigi Riva e il Verona di Bagnoli e, dopo, la Sampdoria di Mantovani: piccole al potere, capaci di vincere con mezzi meno cospicui dei club metropolitani, ma con un carburante dal valore inestimabile: la fame dei giocatori e la passione incredibile dei loro sostenitori. Ora da noi, anche per una forbice di ricavi economica che ha sempre più separato le grandi dalle piccole, difficilmente potremo rivivere quelle meravigliose cavalcate, che in fondo sono l’essenza del calcio, nato plebeo e con l’ambizione che ogni tanto anche i meno ricchi avrebbero potuto conquistare il paradiso.In compenso una favola del genere la vive in queste settimane una piccola d’Inghilterra, il Leicester, in una Premier League da tutti ritenuta il campionato più ricco del pianeta, ma che a differenza nostra ha una mutualità più equa, che premia anche i club meno facoltosi, contribuendo a rendere meno scontato un loro possibile exploit. Se poi a tutto questo ci aggiungiamo l’ingrediente di un tecnico italiano, Claudio Ranieri, che ha capito le potenzialità dei suoi ragazzi e li ha resi tatticamente ineccepibili sul campo, rafforzando anche i loro valori morali, ecco allora che il grande puzzle si è composto. Storia di uomini, quella delle “volpi” di Leicester, che mai avrebbero pensato di far le scarpe in un sol colpo a tutti gli squadroni degli sceicchi e i magnati russi, dal Manchester City al Chelsea, dallo United all’Arsenal. Lo scorso luglio i bookmakers pagavano 5000 a 1 la vittoria in campionato delle “Foxes”, dando Claudio Ranieri come primo tecnico esonerato in Premier. Otto mesi dopo, il Leicester di Ranieri vince a mani basse un titolo che tutto il mondo ha celebrato come la rivincita del calcio genuino, contro lo sport business. “I believe in miracles”, cantano nei pub della città e la conquista del titolo diventa una festa popolare dove tutti, ma proprio tutti, dalla vecchietta al bambino, sentono quest’evento come qualcosa di familiare che diventerà indelebile per un club che finora aveva al massimo vinto, in 132 anni di storia, tre Coppe di Lega.Tipi strani in campo i Ranieri-boys, come quel Jamie Vardy, 29 anni, oggi capocannoniere che fino al 2012 lavorava ancora in fabbrica, giocando tra i dilettanti. O l’algerino Mahrez, pagato 400mila sterline al Le Havre, che adesso vale almeno 40 volte di più grazie ai suoi ghirigori in campo che gli valgono reti ed assist. O come il franco-maliano Kanté, preso dal Caen a luglio per 8 milioni, ormai pronto per lo sbarco nella nazionale francese. Ora in Italia si è giustamente orgogliosi di un uomo che in passato è però stato troppe volte sottovalutato: speriamo ci serva da lezione. I valori umani e tecnici targati Ranieri, che ha saputo trasmettere in tutta la carriera ai suoi ragazzi, quelli (per fortuna) non li può comprare neanche il più munifico degli sponsor o delle pay tv.

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