Domenica al Louvre sono spariti otto gioielli napoleonici: il diadema di Eugénie, il collier e gli orecchini di smeraldo di Marie-Louise, dei pezzi della parure di zaffiri di Marie-Amélie e Ortensia, oltre a una spilla-reliquia e a un grande gioiello da corsetto. Il colpo, messo a segno in sette minuti nella Galerie d’Apollon, approfittando di un cantiere esterno, ha riaperto il dossier sicurezza dei musei a livello mondiale.
Il furto è stato senza dubbio rocambolesco: i ladri sono riusciti a entrare dalla finestra tramite una gru di un cantiere, senza che l’allarme perimetrale scattasse. Hanno poi sfondato una vetrina blindata senza essere intercettati.
“Quando accadono queste cose,
c’è sempre una falla di sistema, un errore” – racconta al Foglio
Cristina Resti, esperta d’arte presso Arte Generali e docente all’Università Cattolica – “Ma l
a probabilità che accada un evento criminale non è mai pari a zero. I lavori in corso sono sempre un elemento di criticità che aumenta il rischio di furti e di incidenti. Ne è un esempio l’incendio di Notre-Dame”.
Ma perché sono stati rubati proprio questi beni? “I gioielli sono più attraenti – afferma l’esperta – Gli oggetti preziosi interessano soprattutto per le loro componenti. Per esempio, “America” di Maurizio Cattelan, un wc in oro 18 carati, fu rubato e il suo oro probabilmente fuso. Ai ladri non interessava il valore artistico dell’opera, ma volevano i chili d’oro usati per realizzarla: parliamo di circa 2 milioni di euro.
Le singoli componenti di un manufatto prezioso possono essere scomposte, smontate e vendute come pietre e non come elementi di un manufatto artistico, questo favorisce la circolazione e la vendibilità”. Un piccolo diamante non porta firma, un quadro sì.
Le opere più importanti, invece, finiscono in tutt’altra categoria: quella del riscatto. “Nella mia esperienza non ho mai trovato un committente che rubi per godersi un’opera a casa. E’ un mito hollywoodiano”, dice Resti. “Nella realtà, i capolavori trafugati servono come moneta di scambio e per ottenere riscatti. Non c’è un apprezzamento dell’opera in quanto tale”. Gli esempi abbondano:
la Saliera di Cellini, la Natività di Caravaggio scomparsa a Palermo, il furto all’Isabella Stewart-Gardner Museum di Boston – Degas, Vermeer, Rembrandt – che l’Fbi riconduce alla mafia americana. “Un dipinto importante amplifica la risonanza del furto, e la risonanza aumenta il valore negoziale”, sintetizza Resti. E poi finiscono conservate dove non ci si aspetta:
è il caso del Van Gogh ritrovato nel 2016 a casa di un boss di Castellammare di Stabia. Viene naturale chiedersi chi coprirà questo perdita. Le assicurazioni? La risposta di Resti potrà sorprendere in molti: “
I musei statali non sono assicurati”. Secondo l’esperta, non avendo i musei un intento speculativo e avendo una grande mole di beni, a volte non conoscono il valore economico specifico del loro patrimonio: “Ritengono che per i valori il premio assicurativo sarebbe troppo oneroso, e scelgono di non assicurarsi. I musei sono obbligati ad assicurarsi solo quando le opere vengono prestate: è l’unico momento in cui un direttore si pone il problema del valore economico”.