Il processo è iniziato in estate. Via Messi. Via Neymar. Via Verratti. Via Sergio Ramos. E presto via anche Mbappé. È qualcosa di molto vicino all’abdicazione del concetto di
all star team, del calcio da PlayStation giocato sempre con il tasto della velocità pigiato. Il ribaltamento è evidente. Non più fenomeni incastrati uno accanto all’altro nel tentativo di formare una squadra, ma un collettivo funzionale in grado di sostenere qualche giocatore straordinario. Il dato curioso riguarda l’uomo chiamato a compiere questa rivoluzione. Luis Enrique è l’allenatore che ha vinto il triplete con il Barcellona del tridente Messi-Neymar-Suarez. E adesso si trova a guidare l’operazione esattamente contraria. Perché dopo dieci anni di successi esclusivamente domestici e di flop continentali, a guidare i parigini alla conquista della Champions League non devono essere più gli interpreti, ma lo spartito. L’asturiano sembra essere la figura perfetta per raggiungere l’obiettivo. La filosofia del suo calcio è chiara, definita, immediatamente riconoscibile. Il suo modo di trattare lo spogliatoio è il rovesciamento esatto della massima alla base di Animal Farm di George Orwell: "Tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali di altri". Ne sa qualcosa Daniele De Rossi, spedito in tribuna per un ritardo a una riunione tecnica. E ne sa qualcosa anche Messi, le cui tensioni con il mister sono diventate un caso nazionale.
Quest’opera di razionalizzazione, però, non deve trarre in inganno.
Il Psg resta comunque un’entità incompatibile con il concetto di oculatezza. A foraggiare parte del mercato in entrata ci hanno pensato le cessioni per 70 milioni di Verratti, Diallo e Draxler a due club del Qatar (quindi, secondo i più maliziosi, al Psg stesso) come l’Al-Arabi e all’Al-Ahli. Ma
la sostituzione dei fenomeni che sono andati via ha richiesto una generosa iniziazione di quattrini: 95 milioni per Kolo Muani, 60 per Ugarte, 50 per Dembele, 45 per
Lucas Hernandez e altrettanti per Barcola, 29 Ekitiké, 22 per Kang-in Lee e così via. Tutti giocatori molto costosi, ma nessuna vera follia di mercato. Anche per questo l’addio di Mbappé diventa un tema interessante.
Per quanto riguarda il campo (il francese ha segnato 21 gol in 20 partite a cui vanno aggiunti 4 assist, significa che il suo piede è entrato nel 45 per cento dei gol messi a segno dalla squadra), ma soprattutto per quello che ha rappresentato fuori dal prato verde. Ogni grande club ha costruito il proprio blasone grazie al denaro, ma nessuno l’aveva mai fatto con la sfacciataggine del Psg.
Dopo aver acquistato Neymar per 222 milioni, per non violare le norme sul Fair play finanziario il club aveva preso in prestito dal Monaco Mbappé con un obbligo di riscatto fissato a 180 milioni. La sua permanenza a Parigi era diventata qualcosa di molto vicino a un affare di Stato. Nel vero senso della parola. Fra la fine del 2021 e l’inizio del 2022, infatti, Macron in persona aveva chiamato più di una volta Mbappé per convincerlo a restare nella capitale francese. Calcio e politica ed economia si fondevano insieme. Fino a rendersi indissolubili.
Con la partenza dell’ultimo dei suoi fenomeni, il Psg sembra aver cambiato pelle. L’opera di deplastificazione è stata avviata una volta per tutte. Il club parigino potrebbe essere declassato al livello di uno dei tanti club europei che bruciano milioni. Proprio come il Real. Proprio come il Barcellona o il City o lo United o il Chelsea. È un passo avanti notevole, quanto meno nella percezione che gli altri possono avere di una società che in poco più di dieci anni ha bruciato quasi due miliardi di euro in trasferimenti. Forse con la cessione di Mbappé il Psg riuscirà finalmente a trovare la sua strada. Magari riuscirà a vincere la Champions League. O magari inizierà a stare più simpatico ai tifosi delle altre squadre. E dopo anni di spese folli quest’ultima sembra essere l’impresa più difficile per la squadra di Nasser Al-Khelaïfi.