All’apogeo di Mani Pulite il procuratore Borrelli si lasciò sfuggire una frase che era, allo stesso tempo, trasparente come uno slogan pubblicitario e enigmatica come il motto in calce a un emblema barocco:
“Quando la gente ci applaude, applaude sé stessa”. Molti, negli anni, hanno tentato di decifrarla. Il sociologo Pier Paolo Giglioli (
Rituali di degradazione, Il Mulino) vi avvertì un’eco dell’idea di Durkheim secondo cui, nella religione, la società adora sé stessa. In anni più vicini a noi, Giovanni Orsina (
La democrazia del narcisismo, Marsilio) l’ha interpretata alla luce delle teorie di Elias Canetti: quello di Borrelli era il grido di una “muta di caccia” (al cinghiale Craxi, nella fattispecie) consapevole di richiamare attorno a sé una massa dispersa e irrequieta. Oggi il magistrato Luigi Cavallaro (
Il processo, Rubbettino) propone una terza lettura. La frase gli ricorda un’osservazione di Goethe sul carnevale romano: “Non è precisamente una festa che si offre al popolo, ma una festa che il popolo offre a sé stesso”. La differenza non è di poco conto. Nel rituale di degradazione, un potente viene trascinato a terra; nella caccia, la preda è così maestosa che richiede ai cacciatori di unirsi in muta;
nel carnevale, invece, a essere sacrificato è appena un re fantoccio. Così è stato per Mani Pulite, in cui Cavallaro – facendo tappa presso Sciascia, Pasolini e Moro – vede la liquidazione di una classe dirigente già finita, inutile al nuovo potere. Goethe però si sbagliava, e la sua ingenuità occasionale ispirò l’ingenuità sistematica di Michail Bachtin, al cui classico studio su Rabelais dobbiamo mille equivoci sul carnevale come riscossa dal basso della plebe o come prova generale della rivoluzione. Sappiamo invece che nella trasgressione regolata dei carnevali si univano al popolo anche i ceti vincenti, felici di fingersi popolo per il tempo della festa. Mani Pulite non ha fatto eccezione.