Lo stesso Matteo Renzi, capendo con velocità che il centro, il vecchio Terzo polo, è morto nell’istante in cui Carlo Calenda, durante la campagna elettorale per le europee, ha scelto di stare fuori dalla coalizione Italia viva e Più Europa, si è dimesso dal renzismo centrista per tornare a un’idea di campo largo. Fanno tutti bene, anche perché nessuno dei citati è nato al centro mentre tutti ci sono arrivati o come ripiego o seguendo vie laterali. Vale anche per Carlo Calenda, eletto nel Pd, ministro con Renzi. Tutti più o meno coperti dall’etichetta liberale, usata con disinvoltura, buona per le quattro stagioni.
L’elettorato ci sarebbe ancora, sempre un sette od otto per cento, che però, da sempre, non è esattamente elettorato di centro ma appartiene a un mondo liberale, in proporzione uguale tra le grandi democrazie europee, volitivo e non facile da rappresentare. Se non si accetta la sfida di quegli elettori allora meglio fare i centristi laterali, quelli che stanno a destra o a sinistra e un po’ spronano, un po’ frenano, un po’ mugugnano. Alla rappresentanza liberale ci penserà qualcun altro. Ma intanto l’inerzia è quella: in una stagione in cui il bipolarismo si sta riaffermando, scegliere da che parte stare, a destra o a sinistra, è l’unica scelta forse che un centrista saggio oggi può fare.